sabato 15 luglio 2017

Il paziente modello

Ma veniamo a un capitolo importante e didattico di questo nostro.
Vi illustrerò come comportarvi se volete essere un paziente gradito al vostro medico: perché è il primo passo per poter guarire. Fidatevi. I medici lavorano meglio se hanno davanti pazienti che gli piacciono. Come i professori, checchè se ne dica: fanno le preferenze, eccome. Lasciate perdere quelle storie che fare il medico è una missione, che abbiamo avuto tutti la vocazione da giovani, che lo faremmo anche gratis eccetera: balle. Il medico è un mestiere. Bello, stimolante, oltremodo appagante, ma rimane un lavoro, non una missione. Altrimenti facevamo i missionari, non credete? Quindi: gioco di ruolo. Voi siete i pazienti e noi i medici, e dobbiamo interagire secondo delle regole.
Il paziente modello, innanzitutto, è educato. Quell’educazione un po’ retrò. Saluta, ha dei modi delicati, mostra rispetto già solo per il camice. Risponde alle domande con un discorso semplice e logico, non divaga mai, non espone le sue conclusioni sbilenche ma solo le premesse, non azzarda ipotesi, non anticipa mai il medico. Prima di venire ha studiato a memoria tutti i farmaci che prende e che ha preso in passato, le malattie e i ricoveri che ha avuto, e ne allega una documentazione al tempo stesso concisa ed esauriente, ordinata ma non ripetitiva. Attenzione però a non esagerare nell’ordine e presentare uno schedario della polizia militare: la troppa meticolosità partorisce il dubbio della patologia psichiatrica, magari non conclamata ma presente e subdola, che minerebbe per sempre la vostra credibilità. (Perché sì: i medici non solo fanno le preferenze ma mettono anche le etichette, e subito. Hanno i pregiudizi.)
Il paziente modello si sveste veloce e senza vergogna perché comprende che il medico vuole essere comodo nel visitarlo (per eventuali signore imbellettate all'ascolto: niente body, vi scongiuro. Il body è la kryptonite del medico). Soprattutto, essendo che vede corpi nudi tutti i giorni dai primi anni di università un capezzolo in più gli fa lo stesso effetto di una nuova guerra in Africa, della pioggia a Londra, della biro che ha nel taschino. Lui ha affrontato e brillantemente superato il problema ai primi anni di università, dunque il vergognarsi di fronte al medico equivale a togliersi di dosso tutta la maturità dell’età adulta e in più a comunicargli che non lo considera un superuomo senza sesso ma una persona qualunque sull’autobus. Rischioso, ve lo dico.
Il paziente modello per nessun motivo al mondo studia su internet la sua patologia prima di andare dal medico, nel modo più assoluto. Non nomina mai, neanche sotto trabocchetto, la parola internet, non si mostra esperto né usa terminologia che usano i medici. Non mette alla prova il medico, non gli lancia sfide di confronto con colleghi, non pretende né reclama ma domanda e impara con tono umile e mesto. Delle risposte del medico si fida ciecamente.
Importante: il paziente modello ha parenti modello.
I parenti modello del paziente modello sono pochi, uno o due al massimo. Sono educati. Anche loro si distinguono per stringatezza e lucidità. Sono persone a modo, di una cultura adeguata, vestono in modo consono al luogo. Non mangiano pizzette mentre parlano col medico (*). Tendenzialmente, nella guerra medico-paziente, danno ragione al medico. Non assillano il medico di domande. Non vengono a chiedere informazioni fuori dall’orario di visita. Non vengono a chiedere informazioni tutti i giorni. Conoscono le tempistiche con cui ci si aspetta un certo esito di un esame, il miglioramento o il peggioramento di un certo aspetto clinico. Fondamentale: conoscono la differenza tra medico curante e medico di guardia, e non disturbano quest’ultimo mai – se non per salutarlo riverenti e veloci mentre passa in corridoio.
Il paziente e i parenti modello capiscono prontamente e alla perfezione ciò che il medico sta dicendo loro, sanno cosa significa flogistico, idiopatico, eteroproduttivo; sanno che nell’italiano dei medici “lesione” vuol dire tumore, “verosimile” vuol dire certo, “negativo” vuol dire che va bene.
Al medico piace non solo sentirsi utile (questo sì, se vogliamo, motivo sincero e nobile per cui ha scelto medicina) ma decisamente sentirsi adulato, stimato, sentirsi migliore. Il camice bianco è la sua maschera da supereroe, in fondo.
Ora, spero bene che emerga da queste righe l’ironia che ho voluto metterci appunto per evitare che si dica che do ragione a una delle parti. Io do ragione a entrambi, invece: sempre per la storia del gioco di ruolo, che è vera. Mica ci si improvvisa medici o pazienti. Che ci siano delle regole è sacrosanto. Il problema nasce quando nessuno dei due si impegna a girare la scacchiera e guardare le regole dal dietro. Come in ogni altra interfaccia sociale della vita, d’altra parte. 

* cosa davvero successa, giuro.



sabato 13 maggio 2017

Non so

Non so, improvvisamente mi sembra tutto stupido. Non sopporto la stupidità, la superficialità anche solo apparente (lo so, può sembrare un controsenso ma intendo: non dico che chiunque sembri superficiale lo sia davvero, non dico che non abbia pensieri, e problemi, e sensibilità, e serietà accettabili. Però solo il fatto che li celi e che faccia apparire solo il lato stupido non mi piace). Non li ho mai amati particolarmente, ma all’improvviso sinceramente detesto i gruppi di whatsapp fini a sè stessi, quelli senza informazioni di servizio ma solo usati per condividere stupidità, frasi, immagini, notizie futili. Che son cose che si fanno anche dal vivo, è vero, ma dal vivo riesce più facile e diretto sentirle futili e riempitive. Per iscritto (e questa d’altraparte è esattamente la forza degli scritti, da che mondo è mondo) acquistano molta più pesantezza e serietà, sembrano più importanti quando non lo sono. Scripta manent, d’altronde: non avevano torto quelli là. In quei gruppi funziona così: uno posta un link o un’immagine col commento e d’infilata partono le risposte con risate lunghe minimo una riga, lunghe file di faccine uguali o combinate, commenti come “muoio” o “pazzesco” o “fantastico”. Come odio quei "muoio" e quelle due righe di risata e di faccine per una cosa che sì, fa sorridere o magari anche ridere di gusto: ma solo per un attimo, e l’attimo dopo stai già facendo le tue cose, quelle sì importanti. Allora perché non dare alle cose il loro giusto peso? Perché devi scrivere due righe di “ahahahahahahahah” quando basterebbe un “ahah” onomatopeico e simbolico? C'è differenza, fidatevi. Perché metterne cinque di punti esclamativi? Sembra che se uno non esagera, in qualsiasi cosa, quella cosa non stia esistendo, non abbia una possibilità. In tutto: per divertirti devi ubriacarti, o per lo meno renderti un bel po’ brillo, devi uscire la sera e per forza fare tardi. Non importa se a te oltre a passare qualche ora con gli amici diverte molto anche e altrettanto dormire abbondantemente: il dormire è per tutti un’opzione secondaria, l’importante è fare tardi, a priori: è insito nella definizione di uscire la sera. Mentre uscire la sera in sé vorrebbe dire: uscire la sera. Non so se sia colpa di Milano, o se non c’entri niente. Ma davvero sembra che se non fai qualcosa di interessante, nel weekend, di insolito o di socialmente intenso, allora non stai facendo niente. 
Questi pensieri mi ronzano in testa da un po', e un paio di settimane fa ecco che su Internazionale me li trovo davanti, più o meno detti come li avevo pensati, forse un po' più angoscianti considerando la prospettiva un po' più economicheggiante dei miei.
Una delle più subdole insidie dell’approccio al tempo basato sull’efficienza è che cominciamo a sentirci obbligati a usare anche il nostro tempo libero in modo “produttivo”, come se godersi il tempo libero per amore del tempo libero (non dovrebbe essere questo il punto del tempo libero?) non fosse sufficiente. E così ci ritroviamo a viaggiare in posti sconosciuti non per il puro piacere del viaggio ma per arricchire il nostro archivio mentale di esperienze o il nostro account Instagram. Andiamo a camminare o a correre per tenerci in forma, non per il piacere di stare in movimento. Affrontiamo i compiti che comporta l’essere genitori già ossessionati dal successo dei futuri adulti che speriamo di plasmare. (Internazionale del 27/4-4/5/2017, numero 1202, anno 24)

domenica 8 gennaio 2017

Sulla musica classica e moderna (un tentativo)

Ogni volta che ascoltava musica classica (che le veniva il pallino youtube-mediato di musica classica, bisognerebbe dire, della durata variabile da qualche giorno a un paio di settimane) (così come il pallino del metal, il pallino del jazz, della musica dei cartoni animati, dei musicisti di strada, degli accompagnamenti sotto le canzoni, tutto tranne la techno e la dance e, beh, tante altre, in effetti) le veniva da pensare che con la musica classica era come se si fosse esaurita tutta la musica possibile, tutte le combinazioni, tutto ciò che si poteva dire con la musica (l’allegria, la tristezza, la rabbia, la curiosità, e via sostantivi all’infinito), era così vasta che ogni volta scopriva qualcosa di nuovo (perfino di non detto dagli autori o di non inteso dagli intenditori, le piaceva pensare, ma non voleva rischiare di scadere nelle frasi fatte da varietà Rai).
Solo che così pensando diventava ridicolo il voler continuare a fare musica, da parte di noi moderni. Perché continuare a produrre colonne sonore, quando quella non solo giusta ma perfetta per quella scena è già stata scritta, c’è già di sicuro nell’immenso archivio della musica classica, e basta solo trovarla? Sembrerebbe uno spreco, dal punto di vista energetico.
Con questo non voleva arrivare a dire che fosse sbagliato continuare a fare nuova musica. Le era solo venuto il dubbio che fosse purtroppo superfluo, o arrogante, anche. Tuttavia, e in modo forte: non voleva ammetterlo. Soffriva nel pensarlo. Si veniva a trovare tutte le sante volte in un’impasse intellettuale da cui ogni volta usciva sgattaiolando al buio di lato, le veniva in tremendo aiuto la colonna “video correlati” in cui si perdeva inevitabilmente, saltellando da un video all’altro come sui sassi di un guado e a un certo punto ritrovandosi sull’altra sponda del torrente, ad ascoltare i Clash, a riabituarsi in fretta a quelle sonorità e dimenticare tutto.
(Come sassi del guado segnalo per esempio un terzo movimento della Sonata al chiaro di luna suonato magistralmente alla chitarra elettrica come in un lunghissimo assolo, una versione di The final countdown degli Europe suonata in frac e cravatte da una vera orchestra, e le miriadi di versioni per solo piano di famosi pezzi rock, tipo Stairway to heaven. E direi che un’orchestra che si mette a suonare convinta un pezzo moderno sia davvero un grande passo per l’umanità, ma grande, e ora gli manca solo di suonare in jeans e sorridendo, all’orchestra, che son sempre tutti così seri e impettiti mentre fanno cose belle e dovrebbero essere sciolti e sereni, invece.)
Diciamolo: la differenza sottile e fondamentale, il punto di tie break, è il filo. La musica si divide in quella fatta con strumenti a filo e strumenti senza filo. E il purtroppo insito nella sua profonda sofferenza viene proprio da qui: gli strumenti elettrici, purtroppo, perdono in partenza. Non c’è verso. E ribadisco: lei era una rockettara convinta, la suoneria del suo cellulare era The passenger di Iggy Pop e tutte le mattine si svegliava con la dolce chitarra acustica di Eddie Vedder in Tuolumne (va bene il rock, ma era comunque la sveglia di una che decisamente non era allodola). Ma se doveva salvare uno strumento dal disastro nucleare dell’universo, o portarselo sull’isola deserta, o seppellirlo alle Svalbard, beh, state sicuri che salvava uno strumento senza filo. (Il pianoforte, nello specifico, ma non sto a divagare.) Il primato, l’originalità, il brevetto, chiamatelo come volete ma ce l’hanno gli strumenti classici e nessuno potrà mai farci niente. Sono nati prima loro, e l’essenza della musica l’hanno creata loro. Poi quelli elettrici sono una benedizione, e fanno cose grandi anche loro e non ha senso invadere la Polonia e far partire la guerra. Però è indubbio. In piena pace, ma gli strumenti elettrici devono portare rispetto. E ancora, a riprova di ciò nonchè ulteriore noxa dolorifica da cui sgattaiolare via al buio: ogni volta che guadava il torrente e tornava ad ascoltare musica moderna non poteva non notare come il suono della chitarra elettrica, di cui fino al giorno pre-pallino andava assolutamente paga, adesso apparisse in effetti minorato, come sporco, quasi la brutta copia di un suono vero. Per qualche attimo, nella caverna del suo inconscio, comprendeva l’immagine di quel luogo comune generazionale, “questa non è musica ma è rumore”. Solo per qualche attimo, e con la volontà che subito interveniva con la censura, ma le succedeva. Come quel punto di Uno nessuno centomila che paragona il volo di un uccello e quello di un aereo: e Vitangelo Moscarda è tremendamente severo con il pur altissimo ingegno umano, perché comunque in bellezza ed eleganza al confronto non c’è proprio storia. Eppure gli aerei sono una grandissima cosa. Se ascolti sinfonie classiche e subito dopo il suono di una chitarra elettrica storci il naso, è vero, ma non significa che sia tutta da buttare, la modernità. Se era da buttare ne venivano fuori solo cose brutte e insignificanti, e lo storcere il naso ti rimaneva stampato in faccia: invece come la storia ha dimostrato ne son venuti fuori i Pink Floyd, De Andrè e Mark Knopfler che si molleggia beato sull’assolo di Sultans of swing, mica solo Justin Bieber e la Pausini, e allo storcere il naso segue uno stato di estasi compiuta uguale identica a quella che scaturisce dalla Marcia turca. Mica solo simile: uguale identica. E qualcosa vorrà dire. Degli aerei andiamo orgogliosi, e li usiamo, e i Pink Floyd sono spazzatura? No, non torna.
(Povera Pausini, tra l’altro, sempre tirata in mezzo.)
E allora forse la soluzione era che sì, forse con la musica classica si era esaurito tutto quello che si poteva dire con la musica, e che quindi sì, farne di nuova poteva sembrare insensato, a prima vista. Ma forse chi ne faceva di nuova stava solo ricominciando da capo in un nuovo livello, il latino che diventa volgare che diventa tutte le lingue, la retta che diventa una figura che diventa un solido, come in Flatlandia, stava solo trovando il modo di andare tra le righe, di rivoltare le cose e di dire il contrario di tutto, dato che tutto era già stato detto, o di indire un tributo a Tutto e festeggiarlo e celebrarlo e, per non copiarlo in tutto e per tutto, che non aveva senso, provava semplicemente a coltivarlo.

venerdì 23 agosto 2013

Animali (una riflessione a caldo)

(Tutto ciò sembrava morto, lo so, anche a me. Per informazioni, rivolgersi a qualcun altro.)

Forse, anzi, quasi sicuramente, chi non ha né ha mai avuto animali non capisce. Lasciate perdere pesci rossi, criceti e canarini: quelli non contano, quelli son soprammobili – con tutto il rispetto. Cani e gatti: con loro ci si instaura davvero un rapporto, ci si comunica. Molto meglio che con molti umani, ma questo è un altro discorso. Chi non ci ha mai avuto a che fare seriamente spesso non lo concepisce, dice “ma è solo un cane…”, e c’è da capirli, ma che mi credano: un rapporto. Non come fossero una persona, ma quasi, davvero, fidatevi. Lo so che è un cane, ma lo so con un’accezione diversa dalla vostra. Dovreste provare, per capire. Non siate arroganti.
E così, tu che hai sempre avuto qualche felino in giro per casa, a volte più a volte meno, dovresti sapere come vanno poi le cose. Ma il destino ti aveva sempre protetto, fin’ora un addio non c’era mai stato, il gatto usciva di casa come al solito rincorrendo le sue avventure, ma un giorno da quelle avventure non tornava più. Un paio di giorni di attesa e poi si capiva. E si andava avanti, secondo natura. Stavolta è andato tutto diverso, stavolta è entrata in gioco la Malattia, e la gatta si consumava obbedendole, dimagriva e perdeva le forze per saltare sulla sedia. È entrata in gioco la veterinaria, ma non credete: niente tac o risonanze o pastiglie due volte al giorno. Non è questo. Perché è un gatto, per l’appunto, e almeno con loro siamo tutti d’accordo nel dire: solo un modo decente di andarsene. Che non sono le crisi epilettiche, il modo decente, no. Sono un calmante, una puntura.
Ma questi son tutti ragionamenti nostri, umani. Che siamo progrediti e sappiamo pensare e prevedere e programmare. Il gatto cosa ne sa. Il gatto sa solo la natura. Il gatto non è in lui, durante la crisi epilettica, e si spaventa e miagola strano. Poi va a nascondersi. Tutta la malattia, per lui, è cercare un posto riparato, tranquillo. E appena può, appena un umano progredito dimentica la porta aperta quel tanto che basta, lui esce. Va dove andava di solito, sa mille posti tra i giardini del vicinato, passaggi stretti che solo lui può, è una città che gli umani non conoscono, vincolati come sono da asfalto, marciapiedi e al massimo vialetti intorno alle case. Come streetview, in tutto lo spazio in mezzo, non ci arrivano. E il gatto invece sì, e si sceglie uno dei suoi posti per morire, perché l’istinto gliel’ha detto. Ma, a questo punto, morire di fame e di sete – noi lo sappiamo, noi che siamo rimasti con la siringa a mezz'aria. E nel saperlo i visceri ci si comprimono, la mente non riesce a contenere quell’immagine e quell’immagine allora ne esce, un po’ dagli occhi un po’ per attrito con gli altri pensieri che ci si impone di pensare, le altre cose da fare. Sappiamo che con quelle poche forze che aveva in corpo non può durare tanto, ma non sappiamo quanto. Pensare alla semplicità di quella puntura, forse fredda ma umana e progredita, e all’invece atroce agonia che la natura ancora non ha saputo evolvere. Pensare che è stato tutto una questione di comunicazione. Non sapere come sarà. Sperare comunque il più possibile decente, per lei, la gatta. Sperare che in questo momento in cui lo pensi sia già successo, per non dover pensare più ad altre immagini.
E tu che hai visto morire un uomo, e per il lavoro che farai e che per adesso ti limiti a giocare a fare hai visto già qualche lenzuolo e paravento, perfino i frigoriferi, tu dovresti essere la prima a dire è solo un gatto. E invece sei la prima a non capire.
Forse dico qualcosa di eretico. Quando vedi le foto di quei bambini del terzo mondo, quando vedi due senzatetto che dormono tra i cartoni sotto un portico, vicini per farsi caldo, quando senti certe storie di barconi o peripezie: quel tuo com-patire è una sofferenza uguale ma diversa: ci vedi sempre, dietro, dei colpevoli. Umani, generalmente. Risali all’indietro e ci trovi delle responsabilità, umane. L’abbiamo inventata noi, la povertà, la cattiveria, la prepotenza. Abbiamo voluto i vincenti e di conseguenza ci sono i perdenti. Ma il cane che dorme a fianco a quel barbone è vittima doppia, dell’uomo vincente e dell’uomo perdente. E cosa ne capisce? È sofferenza anche il suo non capire. È questa, la sofferenza che esce dagli occhi. L’altra è comunque più razionale, prevedibile. Il non capire è terribile nel senso più viscerale che c’è.

mercoledì 13 marzo 2013

Il cervello nella pancia

Poi succede che muori. Niente di male, eh, anzi, è la volta buona che dire “lo fanno tutti” ti scagiona veramente da ogni responsabilità. Però sarebbe carino farsi trovare subito da qualcuno. Non giocare a nascondino. Chè poi diventi verde-grigiastro, gonfio, la tua pelle si sfalda come la pellicola trasparente. E a qualcuno tocca guardarti. Di più: annusarti. Chè la vista sarà anche il senso forte, tra tutti, ma ormai, in questo mondo di tecnologia supersonica siamo abitutati a tutto. Fra un po’ ci misureremo anche la vista in megapixel. Abbiamo visto Il silenzio degli innocenti, abbiamo visto ER, CSI e trucchi ed effetti speciali di altissima qualità, che sembrano veri. Non c’è più molto che ci fa impressione, visivamente. Ma l’olfatto è un’altra storia, non sono ancora riusciti a riprodurlo, nessun tablet ha un’app a riguardo: gli odori sono ancora tutti autentici, e finchè non ne hai sentito uno non puoi immaginarlo. E quando marcisci, di odore ne fai uno che non si sente da nessun’altra parte.
Ma non è neanche tutta colpa tua, se sei quello spettacolo lì. Chi è lì a guardarti non è particolarmente attento al galateo. Saranno anche, quelli, tavoli sui quali son passati cadaveri illustri, vip della cronaca nera, e su cui lavorano periti di processi famosi. Ma ogni tanto quei periti hanno un risolino che ti ricorda che rimangono comunque gli assassini ideali, con tutta la loro conoscenza ed esperienza, e quel posto ricorda comunque un macello. Ti sballotano di qua e di là, una volta che sei sistemato arriva uno di gran carriera con il trinciapollo, per le coste. Mentre qualcuno affonda le mani e ti estirpa tutto l’estirpabile, quell’altro posa il trinciapollo e prende la sega circolare. Per il cranio. Parlano del Milan, intanto, da un tavolo all’altro, ridono e si prendono in giro come scolaretti annoiati dalla lezione. Una volta tolto tutto, guardato e campionato, ti rimettono tutto dentro così come viene – il cervello nella pancia e la gazzetta dello sport, giuro, appallottolata nel cranio – e poi ti ricuciono con punti grossi e veloci, una rapida passata di docciatore e via, di nuovo nel sacco.
Poi dicono: un lavoro come un altro. Per quanto ci si possa abituare e anche stancare di visceri mollicci e loro varianti, e per quanto serva un qualche meccanismo di difesa, non lo so.

domenica 3 marzo 2013

Una cosa buffa

È buffo. Ci sono dei film che non hai mai visto come vanno a finire. Sono dei classici, di quelli che almeno una volta all’anno in televisione li passano sempre, e c’erano già quando eri piccola e dovevi andare a letto alle nove. La prima serata una volta cominciava alle venti e trenta, poi era passata alle venti e quaranta e successivamente alle nove erano all’incirca quegli anni lì. Ricordi ancora con rabbia quel coprifuoco delle nove: ti sorbivi con tenacia e forza d’animo tutto il telegiornale, speravi che il papà a un certo punto si annoiasse e gli venisse voglia di girare per esempio sui cartoni di Willy il coyote ma invece no, lui lo guardava proprio tutto, il telegiornale. Quando finalmente finiva ti sentivi innanzitutto immensamente grande e adulta: perché avevi visto il telegiornale, sapevi i nomi dei politici (non sapevi che avresti avuto tutto il tempo per imparare il nome di quei politici, ma è un’altra storia), e i tuoi compagni di sicuro stavano vedendo Striscia la notizia, invece. E poi, finalmente, cominciava qualcos’altro. La pubblicità di Ambrogio, e poi la sigla della Columbia, o il leone che ruggiva, e con soddisfazione meritata ti apprestavi a cominciare il film. Quand’ecco che, immancabilmente, entrava in sala la mamma e diceva “Sono quasi le nove…” e ci metteva sempre quei puntini di sospensione. Tu allora approfittavi dei puntini e facevi finta di niente, potevi aver preso la sordità fulminante e comunque c’erano altre due persone in sala, chi lo diceva che si rivolgeva proprio a te. Allora lei diventava più netta e specificava il tuo nome, e poi: “è ora di andare a letto”, e lì cominciava la guerra. Inzialmente solo verbale, arringavi tutto su quel “quasi”, e tra un “no” e un “ancora cinque minuti” riuscivi a seguire le prime scene del film. Il papà, forse, un po’ meno, ma non si lamentava mai. Nei casi più estremi tentavi anche la resistenza fisica. Riuscivi a vedere i primi dieci, quindici, venti minuti di film. Intravvedevi la storia. Ma in un modo o nell’altro, comunque, a letto ci finivi per davvero, sempre. E quel film non sapevi come andava a finire. A dire la verità non sapevi nemmeno come cominciava, perché avevi visto solo l’incipit che spesso era solo un pretesto e la vera storia deviava da tutt’altra parte, una volta che tu eri andata a letto, ma tu non lo immaginavi. Qualche anno dopo: stessa storia. Magari dicevi stavolta lo guardo, e non avevi più il coprifuoco però finiva che ti addormentavi sul divano cinque minuti dopo il punto a cui eri arrivata la volta prima. Che Julia Roberts fosse una prostituta arrivavi a capirlo, ma cosa ci potesse fare tutta una settimana con Richard Gere, di cose che potessero essere mostrate in un film, non lo immaginavi proprio.
Che poi non è vero, alcuni di questi film non sono poi così vecchi: andavi a letto già più tardi, probabilmente. Eppure non li finivi lo stesso. Li fregavi, e andavi a letto prima. Come per lasciarti aperta una possibilità, infinita.
(Pretty woman, a dire la verità, è uno dei pochi che mi sono imposta di guardare una volta fino alla fine, da grande. E, forse ero debole di spirito quel giorno, mi dev’essere anche piaciuto. Ma è un’eccezione.)
Tipo: Il mio grosso grasso matrimonio greco. Ho visto l’inizio almeno sette volte, negli anni. Mai finito. Non mi interessa, finirlo. Non potrei dire “non mi piace” con lo stesso tono indifferente, se no. Boh, dev'essere questo. Ormai è tanto che non guardo nemmeno più l'inizio, infatti.
Alcuni magari sono anche famosi, o detti bene dal sentire comune.
Vi presento Joe Black. Frankenstein junior. O Io e Annie: davvero una noia incredibile. Uno che non ricordo il titolo, con Nicholas Cage che il giorno di natale si ritrova in una sua vita parallela, se si fosse sposato con la sua ex fidanzata: sarà antipatico Nicholas Cage, non lo so, ma piuttosto che finirlo preferisco sempre andare a dormire, non lo faccio apposta. Magari la prossima volta, dico, tanto lo rifanno di sicuro. E invece poi nemmeno la prossima volta.
Sì, non sono film così importanti, evidentemente. Altrimenti certo che si arriva alla fine. Sono i filmetti classici da televisione, appunto. Li sceglie qualun altro in casa e tu capiti per caso sul divano, più interessata al tepore che si crea sotto la coperta che ad altro. Ma forse è come se ci fosse un piacere insito nel guardare un film senza finirlo, e che poi a vederlo tutto si rovinasse. Cioè: la tua concezione di quel film è che non finisce, punto. Pippi Calzelunghe ha i capelli rossi, e Il mio grosso grasso matrimonio greco non finisce. Ormai è così. Vederlo tutto sarebbe una forzatura. Non lo so. Però è buffo.

martedì 12 febbraio 2013

"Sommessamente"

Perchè una cosa è essere laici, o atei, o perfino anticlericali, una cosa è essere scemi. E un'altra cosa ancora è sorprendere, ma ragionando, prima. Al di là di tutto - persino del Tevere.

mercoledì 6 febbraio 2013

Eppure /2 - dal finestrino del treno


E quel profilo più scuro, sull'orizzonte, a forma di montagne: sono davvero gli Appennini.

(Poi per un po' basta foto, promesso.)

sabato 26 gennaio 2013

Trompe l'oeil

 
(Il varco è qui?)