venerdì 23 dicembre 2011

Titolo: la fine dell’anno (tentativo di esegesi domestica)

Premessa. Mai piaciuti i buoni propositi di lodevoli intenzioni che ci si ripromette di concretizzare per tutto l’anno nuovo, no. Al posto loro io metterei un post di “cattive rievocazioni” degli anni andati, invece. Senza propositi da rispettare: semplici constatazioni da pensare. Sarebbe un passo forse più piccolo, ma più saldo.
Quindi ecco che, da brava scolaretta, copio da uno più bravo:
Nostra Signora dell'Ipocrisia (F.Guccini)
Alla fine della baldoria c'era nell'aria un silenzio strano,
qualcuno ragliava con meno boria e qualcun altro grugniva piano;
alle sfilate degli stilisti si trasgrediva con meno allegria
ed in quei visi sazi e stravisti pulsava un'ombra di malattia.
Un artigiano di scoop forzati scrisse che Weimar già si scorgeva
e fra biscotti sponsorizzati videro un anchorman che piangeva,
e poi la nebbia discese a banchi ed il barometro segnò tempesta,
ci risvegliammo più vecchi e stanchi, amaro in bocca, cerchio alla testa...

Il mercoledì delle Ceneri ci confessarono bene o male
che la festa era ormai finita e ormai lontano il carnevale
e proclamarono penitenza e in giro andarono col cilicio
ruttando austeri: "Ci vuol pazienza! Siempre adelante ma con juicio!"
E fecero voti con faccia scaltra a Nostra Signora dell'Ipocrisia
perchè una mano lavasse l'altra, tutti colpevoli e così sia!
E minacciosi ed un po' pregando, incenso sparsero al loro Dio,
sempre accusando, sempre cercando il responsabile, non certo io...

La domenica di Mezza Quaresima fu processione di etere di Stato
dai puttanieri a diversi pollici dai furbi del "chi ha dato ha dato"
ed echeggiarono tutte le sere, come rintocchi schioccanti a morto,
amen, mea culpa e miserere, ma neanche un cane che sia risorto.
E i cavalieri di tigri a ore e i trombettieri senza ritegno
inamidarono un nuovo pudore, misero a lucido un nuovo sdegno:
si andò alle prime con casto lusso e i quiz pagarono sobri milioni
e in pubblico si linciò il riflusso per farci ridiventare buoni...

Così domenica dopo domenica fu una stagione davvero cupa,
quel lungo mese della quaresima, rise la iena, ululò la lupa,
stelle comete ed altri prodigi facilitarono le conversioni,
mulini bianchi tornaron grigi, candidi agnelli certi ex-leoni.
Soltanto i pochi che si incazzarono dissero che era l'usato passo
fatto dai soliti che ci marciavano per poi rimetterlo sempre là, in basso!
Poi tutto tacque, vinse ragione, si placò il cielo, si posò il mare,
solo qualcuno in resurrezione, piano, in silenzio, tornò a pensare...
(va bene, siamo in tempo di Natale e io parlo di Pasqua, ma guardiamo al sugo, per piacere)
Svolgimento. Siamo in un tempo imprecisato: grammaticalmente passato, ironicamente un futuro post-qualcosa, ma tra le righe presente indicativo. (Lo stesso Guccini ammette di non cantarla più ai concerti perché troppo legata all’attualità. Sebbene sia stata pubblicata nel preistorico, forse fatidico, 1993.)
Viene da cominciare con una specie di associazione di idee: quegli asini che si ritrovano in giro dopo la baldoria fanno quasi pensare a Pinocchio e il Paese dei Balocchi, i maiali (azzardo) ai Pink Floyd orwelliani di Animals. Ma al di là di questo, la forza della canzone viene sferzata subito da tutta la prima strofa. Sul fronte “di pancia”, l'arma è l'immagine del giornalista visto come “artigiano di scoop forzati”: fa venire la pelle d’oca a chiunque abbia sfogliato disinteressato una volta nella sua vita una rivista mondana dal dentista, e l'angoscia che instilla nell’atmosfera si aggiunge a quella dei biscotti sponsorizzati. È proprio l’angoscia che ci vuole venir comunicata, l’angoscia e la tristezza del pensiero commerciale spinto ai suoi limiti, così materiale da diventare di piombo, così importante da arrivare ovunque. (In un racconto de “Il nuovo che avanza”, di Michele Serra, si narrava anche di un tempo in cui le persone stesse, tra il nome e il cognome, dovevano possedere uno sponsor: evidentemente è un’immagine efficace.) Quei biscotti non sono sicuramente invitanti, almeno per i palati più emancipati.
Sul piano razionale, invece, c’è il riferimento a Weimar. Non volendo consultare wikipedia (troppo facile), ci si limita a remote reminescenze scolastiche, le cui nozioni, forse proprio perché le uniche rimaste fin qui, si sperano affidabili: in questi nostri ricordi di bigliettini per la verifica, la Repubblica di Weimar non pare brillare per stabilità e serenità storica, anzi, la si ricorda praticamente solo come il substrato su cui ascese l’impetuoso omino coi baffi. Messa così, l’eccessiva teatralità (o esibizione di personali sentimenti) con cui l’anchorman eccede il suo ruolo si addice bene al clima impazzito e surreale che va descrivendo la canzone. E anche la nebbia e la tempesta assumono così un profilo, come dire… con degli impetuosi baffetti. Meglio: col fondotinta e i capelli trapiantati.
Inizia poi un parallelismo con la quaresima che farà da filo conduttore fino alla fine: e con quaresima, di solito, si intende un quadro di mestizia, sacrifici e ingiustizie che potranno essere riscattate solo da un atto sovrumano. Vengono a galla i vizi umani di prepotenza e orgoglio, di chi mostra la propria debolezza “un po’ pregando” mentre crede di minacciare. L’immagine dei voti con faccia scaltra a Nostra Signora dell’Ipocrisia è a mio parere una delle più sublimi che il pensiero umano potesse forgiare, e non ha bisogno di ulteriori commenti. Lo Stato è etere; invece di cambiare le cose ci si limita a sostituire la muta, vestendosi di un “nuovo” pudore e di un “nuovo” sdegno che ricordano tanto il vecchio vizio pubblico di alzare la soglia massima di inquinanti dell’acqua per farla magicamente ridiventare pulita: il lusso diventa casto, i milioni sobri, e tutto è sistemato.
Ma mai fidarsi delle masse della nebbia e del rumore, sembra essere il messaggio finale: la speranza giunge da pochi, quelli che s’incazzano (s'indignano...), o meglio ancora da uno, quello che risorge, quello in silenzio, quello che pensa.
Quasi quasi sembra un proposito buono per l’anno nuovo.

martedì 6 dicembre 2011

Amor proprio

Avete presente quelle persone noiose? Quelle indecise su tutto? Che passano davanti a una bancarella e gli viene voglia di comprare un pezzo di torrone, però poi pensano che stanno mangiando già troppi dolci in questo periodo e pensano alla mamma che ricorda sempre di essere cresciuta a un quadratino di cioccolato la domenica, e allora vanno avanti, dopo un attimo però tornano indietro dicendo che in fondo poi c’è stato il boom economico e ora stiamo bene e poi non si può mica essere così austeri con sé stessi non siamo mica in convento basta sapersi regolare un po’ di più, allora lo comprano e quando l’ambulante chiede se lo vogliono con le mandorle o con le nocciole non sanno decidersi e dicono nocciole no mandorle no dai nocciole mi scusi, chiede la grandezza e dicono un pezzettino piccolo, no un po’ di più ecco così, poi gli parla la voce della mamma in mente che dice che insomma era un prezzo al chilo un po’ altino questi commercianti ti spennano, allora indicano quel pezzetto là più piccolo e rotto, e quando finalmente pagano e si allontanano col loro sacchettino in mano, un passo soddisfatti e l’altro no, ancora non sanno se ne hanno preso troppo o troppo poco, se hanno fatto bene o no, se saranno dannati dal giudizio universale per peccato di gola, di avarizia, di egoismo o cosa, o se i piani alti se ne fregheranno altamente e cliccheranno “ignora” come quando esce un errore sul computer, mandando queste persone a quel paese come farebbe chiunque.
Che osservano tanto e pensano di pensare, e così facendo riescono solo a risultare pressochè moralisti, e quasi solo con gli altri. Forse in buona fede, forse con l’effettivo limite di non riuscire a vivere in diretta, ad autoapplicarsi la teoria nella pratica, e in diretta riuscire solo a guardare. Ma forse no, forse di tutto questo approfittandone, e in tutto questo rifugiandocisi.
Quelle che a dicembre entrano in modalità Grinch contro la tradizionale nausea natalizia, e poi vanno alle fiere dell’artigianato a spintonarsi con tutte le altre formiche telecomandate.
Che per uscire una sera dalla routine hanno bisogno di adeguato preavviso come per i licenziamenti, insonnia anticipatoria come per i matrimoni, e con tutto ciò comunque una volta rientrati da questa sera semplicissima intorno a un tavolo non riusciranno ad addormentarsi per l’ingiustificata quantità di adrenalina che bussa immotivata dal dentro come a dire finalmente mi hai liberato lasciami sgranchirmi un po’.
Quelle impaurite di tutto in stile don Abbondio, e però orgogliose con i pochi più deboli in stile don Rodrigo.
Che quando qualcuno, parlando di terzi, dice "se ha qualcosa da dire, preferisco che me lo venga a dire in faccia", loro intanto pensano che no, affatto, se capitasse: fate tutto dietro le spalle, per favore.
Quelle che con la scusa di non voler arrecare disturbo a niente e a nessuno per nessun motivo al mondo e voler attraversare un’autostrada invisibili e inosservate finiscono col far male a tutti, tanto più a loro stesse.

Ecco, una di quelle all’incirca sono io.

(E a dir la verità, adesso che mi viene in mente, avevo già esternato qualcosa di simile.)

venerdì 2 dicembre 2011

Eurasia ed Estasia

Quando vedo dei ragazzi agghindati in modo superobbediente alle ultime linee-guida della moda, mi viene in mente 1984 di Orwell. Quella cosa della guerra in corso alternativamente con l’Eurasia e con l’Estasia, e del repentino cambio di schieramenti che non viene fatto notare, che viene presentato dal regime senza fare una piega e facendo scomparire in un lampo tutto ciò che potrebbe provare che prima il nemico e l’alleato erano invertiti.
Quando andavo a scuola io (chiedo scusa per la cerimoniosità fasulla dell’anti-giovanilismo che obiettivamente so di non potermi troppo permettere, ma è solo per dire: qualche anno fa, ma non troppi), per esempio, l’Eastpack lo si doveva portare molto basso, con le fasce delle spalle allungate al massimo: il raccordo fascia imbottita-cinghia era al limite, tanto che spesso si sfilava e toccava sistemarlo, e veniva a trovarsi sotto l’ascella; lo zaino doveva cadere sul sedere. Se lo portavi in modo diverso, più in alto come voleva la mamma ché se no non era salutare per la schiena, non stavi bene, non eri moderno, eri uno sfigato – ditela come volete –, in un modo abbastanza assoluto. I pantaloni erano a zampa d’elefante, e poteva capitare che una professoressa venisse denigrata più per i pantaloni a sigaretta che per le domande di trigonometria.
Oggi l’Eastpack a dire il vero sta un po’ passando di moda, oggi c’è il The north face, mi pare. Oggi lo zaino va portato in alto, ben aderente alla schiena – che è davvero più salutare come diceva la mamma, ma non è questo il punto. Il punto è che quattro o cinque anni fa i ragazzi di oggi, coi loro pantaloni stretti praticamente incorporati alla pelle e i maglioni lunghi fino a mezza coscia, sarebbero stati tutti sfigati, mentre oggi non lo sono, anzi, oggi sono quelli cool, quelli giusti, non so come si dice. Le regole sono cambiate radicalmente e tutti fanno finta di non accorgersene, tutti si adeguano, tutti convincono e si convincono che quello che si mettono è quello che gli piace, che se lo mettono per quello; ciò che alle ragazzine piace, nei loro discorsi sulle maratone di shopping che fanno ridacchiando dietro le banconote della mamma, è guarda caso sempre quello che comanda l’ultima moda. Sono davvero molto flessibili. Prima piaceva assolutamente così, oggi piace senza alcun dubbio cosà, e nessuno ci trova da ridire, e nessuno ha mai visto il pezzo in mezzo. L’Oceania è in guerra con l’Estasia: l’Oceania è sempre stata in guerra con l’Estasia.
Boh, mi viene in mente questo.