martedì 10 gennaio 2012

Era un asociale

Era un asociale. Aristotele gli era sempre stato precisamente antipatico, infatti. Tendeva ad allontanarsi dai suoi simili (non c’era altro modo di chiamarli: li guardava come si guardano delle gazzelle in un documentario sulle gazzelle, con l’unica differenza che, purtroppo, specchio docet, era gazzella lui stesso) senza altro scopo che quello di allontanarsi dai suoi simili. E così rientrava nella definizione, ma poi lui in realtà stava benissimo, con sé stesso, davvero, nessun problema con la gazzella che era in lui. Erano gli altri, che lo annoiavano.
Era un asociale perché gli altri lo annoiavano. Era un asociale perché non aveva bisogno di stare vicino a, parlare con, empatizzare con – qualcuno. Davvero: nessuno. Era un asociale perché gli altri non lo capivano mai come lui avrebbe voluto, né lui capiva loro come loro avrebbero voluto. Era un asociale perché nel diagramma di Eulero-Venn, l’insieme intersezione era sempre pressochè vuoto.
Era un asociale perché si chiedeva perchè mai certe donne vogliano a tutti i costi mettere i tacchi, se poi finiscono per camminare come dei cammelli. Chi le costringe, cosa devono espiare? Gli uomini, le costringono? Era un asociale perché pensava che allora sono ridicoli anche loro, tali e quali.
Era un asociale perché a volte gli veniva voglia di cominciare a fumare solo per avere sempre una scusa per stare fuori: fuori dai locali, fuori dai treni prima che partano, fuori dai teatri; per avere sempre un pacchetto di scuse in tasca, per dare l’idea di avere sempre qualcosa da fare nelle attese, oltre che attendere.
Era un asociale perchè attraversava sulle strisce. Era un asociale perché credeva che I don’t wanna grow up fosse meglio cantata dalla voce vecchia e rauca di Tom Waits: perché era paradossale, mentre quella dei Ramones era soltanto ribelle.
Era un asociale perché quando il professore diceva “scotomizzare” prima pensava che era triste usare quel termine specialistico anche nel parlare comune, e quell’uomo era un cretino, e poi pensava che ancora più triste era che loro lo capivano.
Era un asociale perché quando in un film il gentiluomo di turno porgeva il fazzoletto alla donzella in lacrime, mentre gli altri si commuovevano lui si chiedeva come facessero gli uomini dei film ad avere sempre il fazzoletto pulito, non si soffiavano mai il naso? E allora cosa lo portavano a fare il fazzoletto in tasca, solo per essere pronti nell’eventualutà di incontrare una donna che piangeva?
Era un asociale perché era come un’allergia. Era un asociale anche perché così era più facile, forse, sì. Ma, forse, anche più divertente.

2 commenti:

  1. Mi piace davvero una cifra la forma del "stare vicino a, parlare con", mi fa molto scrittore pro e anche un po' sbruffone. Mi fa molto Benni, insomma. E poi mi piace una cifra la cosa del pacchetto di scuse, ricorda tanto quella "Malboro di alibi" di quello là (l'hai mai sentita? non è male). E infine mi piace un tot la cosa del fazzoletto pulito: è una cosa che potrebbe chiedere un bambino, per è questo bellissima.

    RispondiElimina
  2. Ma poi com'è che è andata a finire? Lo è ancora?

    RispondiElimina