martedì 24 gennaio 2012

Gli uccelli

Così, per scacciare l’inquietudine da giorno prima dell’esame, succede che ti imponi di guardare Gli uccelli – chiodo scaccia chiodo, dicono. Nella prima metà sbadigli, sonnecchi e ti fai una cioccolata. Quando finisce la cioccolata il crescendo di Hitchcock sta finalmente venendo fuori. L’avevi visto di sfuggita anni fa, probabilmente neanche tutto intero, e ricordavi bene l’effetto apocalisse. Lo ricordavi in bianco e nero, però, ma non importa. (Secondo me era un film da bianco e nero, comunque, amplificava l'angoscia.)
Poi – siamo nativi digitali, noi, dicono – occhiatina a wikipedia, per approfondire. (Beati quelli che capiscono bene un film, o quello che volete, senza consultare wikipedia, perché di essi è il regno dei cieli.)
Gli uccelli sono degli animali tanto belli ed eleganti da vedere volare in cielo, quanto brutti e spigolosi da vedere da vicino, e da accudire quando ne salvi uno dall’attacco mezzo riuscito di un gatto: non abbiamo proprio questo gran rapporto, con gli uccelli. Al più facciamo il bird-watching, o peggio li cacciamo: non questa grande interazione costruttiva. Diciamo che ci sopportiamo. (Loro forse di più, vedi alla voce “gabbia”.) Ci piacciono i loro cinguettii in primavera, sì, ma ci innervosiscono i tu-tu-tu se si fanno prolungati. Da bambini ci divertiamo a gettar briciole ai piccioni, ma da grandi li scacciamo coi piedi, gli distribuiamo mangime anticoncezionale, li malediciamo nel profondo mentre ci puliamo la testa col fazzoletto. Anatomicamente sono così diversi da noi che proprio non c’è modo di intendersi. Il becco è troppo duro, le zampe troppo fragili e allo stesso tempo minacciosi gli artigli. Non c’è verso.
Dice la wiki che "Perché gli uccelli attaccano gli uomini?" è la domanda inevitabile a cui lo spettatore cerca di dare una risposta. Io aggiungerei anche: “Perché Hitchcock ha fatto questo film? Cosa voleva dire?” Non può essere solo una prova fine a sé stessa, una specie di quadro macabro che si osserva in un museo, questa è una percezione che la pancia ha chiara. Quantomeno, deve essere una provocazione. Ma probabilmente c’è di più: ammonimento, allarme, rimprovero, pulci nelle orecchie, apertura degli occhi, spalancamento di finestre su mondi. Qualcosa del genere. Ricordiamo che gli uccelli sono, se non sbaglio, secondi solo ai mammiferi nella scala evolutiva: sembra quasi una rivincita. Una guerra, come qualcuno ipotizza nel film. Senza motivo a noi noto, ma soprattutto: senza comunicazione. I versi degli uccelli durante gli attacchi e le urla di spavento della gente coincidono in un modo spaventoso, si sovrappongono precisamente a dare, come risultato, una confusione monumentale che è anche un silenzio monumentale. Se il film ha un senso – e presumo di sì – a me viene da cercarlo qui. Hitchcock voleva che, dopo il film, ogni volta che ci capitasse sotto gli occhi un canarino, un colombo, un gabbiano, lo guardassimo quantomeno con circospezione: con una rinnovata curiosità – impaurita o analitica che sia. Voleva instillarci il dubbio, sottocute: voleva che tenessimo sempre ben presente che noi, due metri scarsi, neanche un quintale di massa, niente autonomia di alimentazione e aerazione, con una gestione della gravità che si limita a qualche centimetro e pochi secondi di apparente vittoria, non è detto che valiamo poi così tanto. Magari sì, ma non è detto. E ogni merlo col suo becco arancione è lì per ricordarcelo.

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