mercoledì 18 gennaio 2012

Se la normalità diventa eroismo.

(Beppe Severgnini è uno di quei giornalisti che la dicono sempre così bene, così giusta, così pronta – sembra ogni volta che avesse lì l’articolo da tempo, scritto con calma dopo lunghe riflessioni, e aspettasse solo il momento di pubblicarlo –, che riescono ad essere pungenti ed educati ma mai sbruffoni e mai retorici, così tanto, insomma, che dopo un po’ ti viene anche da provare una punta di invidia, e di roderti un po’ perché magari l’avrai pensata anche tu qualcosa del genere, ma cavolo, lui arriva sempre prima, e sempre meglio.
Allora tenti un esercizio: leggi il titolo e ti fermi lì, e prima di leggere il suo, di articolo, scrivi il tuo. Così, per lo sfizio personalissimo di anticiparlo, una volta tanto.)

Era successo anche per quel calciatore di serie B che aveva rifiutato duecentomila euro per una combine e, anzi, aveva denunciato l’accaduto: convocato in nazionale, invitato alla cerimonia del pallone d’oro, diventato di fatto eroe nazionale. Il tutto a causa di un gesto che, sono sicura, in molti avrebbero fatto, e in molti no. Non saprei dire le percentuali dei due gruppi, non ne ho davvero idea. Ora è successo anche per il capitano De Falco della capitaneria di porto, che tutti abbiamo ascoltato mentre ordinava ben adirato al comandante Schettino di tornare a bordo della sua navecazzo e coordinare i soccorsi: l’uomo competente e ligio al dovere contro quello negligente e codardo. Il tedesco contro l’italiano, il nord contro il sud, la mamma (di una volta) contro il bambino (moderno), la moglie contro il marito: ogni luogo comune va bene – purchè sia razzista.
(L'eroe contro il capro espiatorio: è così nitido! È così facile mettersi nei panni del comandante alla scrivania, e non in quelli del sottoposto nel buio e nel caos!)
Nessuno mette in dubbio che il comportamento di De Falco sia stato esemplare: è vero che noi non conosciamo nella precisione i protocolli della marina e le procedure tecniche di questi casi, non possiamo giudicare con competenza l’accaduto (e almeno questo, vi prego, ammettiamolo ad alta voce), ma è anche vero che possiamo immaginare, se non altro, che le vittime avrebbero potuto essere di più. Per esempio, se tutto l’equipaggio fosse scappato per primo dalla nave – immaginiamo.
Però abbiamo il vizio in molti di imbottirci di parole con troppa irruenza, forse sull’onda dell’emotività, forse del bisogno di ottimismo, forse della semplice gratitudine, e passiamo così senza battere ciglio da “esemplare” a “eroe”, come se non ci fosse differenza. Come se le parole fossero sempre di più dei suoni, e sempre di meno dei significati. Forse tutti gli eroi sono esemplari (ma sinceramente vorrei poter vagliare caso per caso prima di esserne sicura, dato che il titolo di eroe viene sempre messo dopo, quando l’occhio si chiude più facilmente su eventuali mezzi discutibili), ma non tutti gli esemplari sono eroi: e per fortuna, se no sai l’inflazione. Con la banconota da un eroe non ci compreremmo più nulla.
Sarebbe bello (certamente per lui, ma soprattutto per questa riflessione) che Schettino emergesse dalle indagini totalmente riabilitato, che si scopra un motivo qualunque che giustifichi ampiamente il suo trovarsi su una scialuppa invece che sulla nave (non so: stava rianimando personalmente un bambino rimasto a lungo sott’acqua e non poteva interrompere il massaggio cardiaco, era in stato di shock perché da bambino perdette suo padre in un naufragio e aveva fatto il marinaio per riscattarlo e fin’ora credeva di esserci riuscito, stava pregando con dei suoi speciali poteri Poseidone perché aprisse le acque): sarebbe interessante misurare il tempo che l’opinione pubblica ci metterebbe a virare completamente in suo favore.
Non voglio dire che questo vizio sia tutto italiano, e negli altri paesi siano tutti bravi e sobri e rispettosi: lo diranno già in molti, ma io non so come vada davvero negli altri paesi, e vorrei piuttosto credere che la natura umana sia più incline a obbedire a sé stessa che a una cartina stradale
Ma italiani o non italiani non importa: il vizio rimane vizio. E combatterlo non è tanto una questione di correttezza grammaticale: è proprio una salvaguardia sociale, una misura culturale contro l’inflazione delle parole, una lezione di umiltà, in fin dei conti tutta a nostro vantaggio.

(L’articolo è questo. Mi accingo con voi a scoprire che l’avrà detta ancora meglio lui, ma in fondo è giusto così, e non voleva essere una vera gara. Poi, già che ci siamo, aggiungo anche questo e questo – questa cosa dell'invidiare mi capita un po' troppo spesso.)

1 commento:

  1. Spezzo una lancia a favore di Signorinafantasia, e una in meno per Severgnini. Non perché Severgnini l'abbia detta peggio (fa il giornalista, ci mancherebbe altro) ma perché ha detto meno. Credo che il suo articolo continui a girare attorno alla frase. Una buona trovata, ma non tale da giustificare le 20-30 righe che ho letto. Mi sembra che tu quantomeno ti sia sforzata di più.
    Chiusa la parentesi, vorrei aprire un OT, ma non troppo. Mi pare che in Italia (non so se all'estero sia così) si abbia un po' la tendenza a gridare al colpevole con facilità, e che uno con un semplice sospetto di reato venga messo al bando con tanto di nome e cognome su scala nazionale. Schettino come altri ha già tanti indizi a suo sfavore e difficilmente ne uscirà innocente, ma demonizzare in questo modo senza aver certezze mi pare davvero di cattivo gusto. Si sa che uno è colpevole in quanto condannato? Benissimo, diciamo pure nome e cognome. E' giusto una volta tanto che qualcuno si vergogni (sempre che lo faccia). Prima però concediamo a noi il margine del dubbio e a lui la dignità di un anonimato.

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