lunedì 20 febbraio 2012

La ricerca della felicità

La seconda volta che lo guardi non è come la prima. La seconda volta sai già la storia e lo guardi a fini terapeutici, per farti dire dal film – visto che tu non ce la fai – in tono minaccioso farti dire “adesso prova ancora a pensare che tu stai male, dai, provaci se ci riesci, a dire che non ce la farai mai”. La prima volta che lo vedi ti commuovi e non è una commozione contingente, di quelle di quando c’è la musica lenta e i due si lasciano e dietro cadono le foglie dagli alberi. È una commozione di gioia, quasi, una commozione totale. Di vita. Di stima per quell’uomo e per il genere umano in generale, capace di tanta crudeltà eppure di tanta resistenza, di tanta lotta silenziosa. Perché forse davvero gli uomini sono programmati per farcela, sempre, per piangere e corrodersi e sfibrarsi ma intanto resistere, contro ogni pronostico, resistere fino ad uscirne. Te l’aveva detto una persona tempo fa, te l’ha detto anche un professore di psichiatria, a cui tu possibilmente lo ridirai all’esame – davvero convinta, molto più che sul dosaggio degli antipsicotici.
Avere da vendere, per vivere, dei dannati aggeggi che non vuole nessuno, rincorrere il barbone che te ne ha rubato uno, essere abbandonato dalla moglie, sfrattato prima dal tuo appartamento e poi dal motel in cui sei riparato, aggiustare di notte quell’aggeggio che il barbone ha rotto, aggiustarlo dopo aver messo a letto il bambino in un dormitorio pubblico, passare una notte in prigione, iscriversi a un corso di stagista non retribuito con in palio un unico posto, correre, e tutto questo indossando sempre il vestito elegante, regalando al bambino il pallone da basket che desiderava, arrabbiandosi per la scarsezza didattica della sua maestra d’asilo, mascherandogli dietro a un viaggio nel tempo e ai dinosauri il gabinetto della metropolitana in cui passerete la notte, andando avanti o indietro ma sempre con la tenacia fra i denti.
In realtà, con un titolo così, uno parte sinceramente un po’ prevenuto, perché sarà la solita cosa retorica, italoamericana, cinematografica, a lieto fine telefonato dalla prima scena eccetera: il titolo è ambizioso e i titoli ambiziosi hanno il problema che poi viene difficile mantenere la promessa. Andrebbero aboliti, i titoli ambiziosi. (So che c’era un programma in televisione, un po’ di tempo fa, che si chiamava “Il senso della vita”; io non l’ho mai visto quindi non sono qui a dire che era brutto o era bello, non lo so, non so nemmeno di cosa parlasse, ma so che forse non l’ho mai visto anche per il titolo. Come si fa a chiamare un programma televisivo così? A osare una simile presunzione? Qualunque cosa sia, fosse anche la trasposizione televisiva di un’enciclica papale, non si può chiamarlo così, non si può – per onestà.)
Invece questo film la mantiene dignitosamente, la promessa. Te ne accorgi per quella commozione di gioia. Che è ammirazione, invidia e senso di giustizia insieme.
E adesso prova ancora a pensare che stai male, che non ce la farai mai.

3 commenti:

  1. stiamo parlando del film di gabriele muccino? davvero la tua anima trova le sue corrispondenze nelle opere di gabriele muccino? nelle opere hollywoodiane di gabriele muccino? no, dài.

    alfred

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  2. no, dài, potresti essere più preciso, per favore?
    no perchè se proprio la mia anima deve essere giudicata in un form per commenti dal primo alfred che passa, sarebbe bello almeno conoscere le motivazioni della sentenza.

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  3. Posso solo condividere la tua "recensione". Questo Muccino ci è piaciuto. Stop. E che, solo perchè si chiama Muccino dobbiamo avere delle preclusioni?

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