domenica 5 febbraio 2012

Non abbiate fretta (una personale concezione di musica)

“Sentiva che probabilmente il jazz era, secondo natura, il prossimo passo da fare, che era oltre il rock (o cosa diavolo ascoltava allora). Ma non aveva ancora affrontato questo passo. (…) Dicono che Kind of blue sia il disco con cui Miles Davis rivoluzionò il jazz, con cui diede vita al cosiddetto jazz modale, che aprì la strada all’improvvisazione estrema; che lo stesso John Coltrane, al sax tenore nel disco, trovò grande ispirazione su questo sentiero per i suoi futuri lavori. Lei non sapeva niente di tutto questo, lei sapeva suonare Sul cappello col flauto dolce. Però sapeva sdraiarsi sul letto, chiudere gli occhi e non avere fretta. Era un po’ l’insegnamento appreso fin lì, dopo tutto. Se hai fretta ascolti la Pausini, non i Pink Floyd.”
(citazione inventata)
È brutto da dire ma, come tutte le cose brutte da dire, un po’ lo si pensa. Dico il fatto che si tende a considerare due categorie di musica: quella di serie A e quella di serie B. Ognuno di noi ci mette dentro chi gli pare, ognuno ha il suo personale universo e lo considera coi suoi personali parametri, un po’ oggettivi e un po’ emotivi, e ognuno fa le sue personali intersezioni e combinazioni e ognuno ha ragione e ha torto.
Non si tratta di fare troppi nomi, o meglio: non è da prenderla sul personale. Molto meglio i Rolling Stones di Laura Pausini, per esempio, sicuro, ma poi credo che, di persona, la Pausini sia una persona per bene e riuscirei ad interagirci in modo più affine al rapporto che di solito ho con la gente: non credo mi offrirebbe del fumo, per esempio. Con Mick Jagger, capite, non si sa mai.
Nella serie A ci metto la musica che non dice tutto subito; nella serie B quella troppo facile. La musica non dev’essere filosofia, d’accordo, ma nemmeno sciatteria. Va bene l’orecchiabilità, ma se per questo si deve sacrificare originalità e tecnica tanto valeva produrre suonerie per cellulari. Va bene la chiarezza, ma non confondiamoci con lo Zecchino d’oro. Va bene il piacere di giungere a un pubblico il più grande possibile, ma possibilmente senza lasciare la dignità in pegno al manager. Va bene lo spettacolo dell’esibizione, ma per mostrare coreografie e vestiti appariscenti andava benissimo anche il circo: e giravi il mondo uguale.
Secondo me è quasi brutto capire subito interamente una canzone, poterne prevedere gli accordi e le rime; è più stimolante capirla solo a sprazzi, magari solo l’impressione generale, o solo qualche immagine o il passaggio di uno strumento che non riesci nemmeno a identificare. Il bello della musica è sentirla affascinante e riascoltarla, e ogni volta trovarci qualcosa di nuovo. È una sorta di sfida, come se ti tenesse compagnia negli anni e ti facesse crescere man mano, ogni ascolto un compleanno, nel frattempo traendone sempre piacere – è sacrosanto che innanzitutto la musica deve piacere fisicamente, nelle orecchie, nella mente e nello stomaco. Ma davvero, sto imparando a diffidare di una canzone troppo bella già al primo ascolto.
Certo, non bisogna avere fretta (come invece capita spesso in questo mondo occidentale questa società moderna eccetera in cui bisogna sapere sempre tutto subito in tempo reale su twitter e gli articoli di fondo non li legge più nessuno): se hai fretta ascolti Lady Gaga, mica i King Crimson. Voglio dire, non c’è niente di male, in fondo, basta essere consci di questa cosa della fretta e della sfida. (Però mio signore, fa’ che il nome non l’abbia preso dai Queen, ti prego.) Infatti è molto bello anche destreggiarsi sapientemente in una sorta di equilibrio maturo, apprezzando a volte il virtuosismo e a volte la spensieratezza senza che per forza debba scapparci il morto. Per questo all'inizio si parlava di intersezioni e combinazioni: perchè l'orizzonte è così ampio che le possibilità di sbagliare proprio tutto sono pressoché nulle.
De Andrè, per esempio, è una sintesi perfetta: da goliardate come Carlo Martello o Il gorilla (oggi si direbbe: demenziali, ma davvero non oso) a robe visionarie come La domenica delle salme, o pungenti come Morire per delle idee.
La musica classica credo che abbia proprio questo in più, rispetto alla cosiddetta leggera: sono opere lunghe e strutturalmente complicate, hanno un tema centrale ricorrente ma anche passaggi apparentemente svincolati, raccontano una storia, e nello stesso tempo sono piacevoli da ascoltare. Basta decidere: mi fermo al primo livello, o procedo oltre. Vanno benissimo come sottofondo eccellente, ma c’è la possibilità di qualcosa di più: è questo che le rende grandi. La possibilità. (Ho sempre sostenuto la priorità della potenza sull'atto, e Aristotele mi quereli pure.)
Dicono che anche Beethoven si facesse i suoi bei soldini, è vero (anche Michelangelo, si sa: niente di nuovo), però ciò che offriva in cambio pare non fosse una truffa, ecco. Professionalità – forse si riassume tutto qui.

1 commento:

  1. Ah, il Gorilla! Divertente sì, ma anche la canzone perfetta per riflettere sul contrasto che c'è tra la piccineria della giustizia umana e sull'imperscrutabilità di quella naturale/divina (solito tema de "un giudice" e di alcuni versi di "Khorakhané") (ok, era solo un appunto)

    Sono disposto a farmi querelare da Aristotele insieme a te. E secondo me - beh, sotto altri termini - sarebbe bello chiamare a testimoniare in nostra difesa il buon Giacomo Leopardi. Ma ora sto andando oltre.

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