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Visualizzazione dei post da Marzo, 2012

La ragazza che viveva in negativo (una giornata a fotogrammi)

La ragazza camminava dalla carrozza della metro al binario del treno con un passo che con la metro e con il treno non c’entrava nulla. Quando scendi dalla metro, in Centrale, e hai davanti a te, preciso, il passaggio per arrivare ai tornelli perché avevi calcolato di preciso la piastrella della banchina su cui aspettare la metro, perché ormai sei tuo malgrado incastrata in questi squallidi ingranaggi, quando scendi e ti dirigi verso l’uscita, la legge è questa: non importa che tu sia nato leone o gazzella, che debba prendere la verde la gialla il treno o uscire solo in superficie, l’importante è correre. Avere un trolley da infilare tra i passi altrui, un telefonino a cui urlare, e correre. Se cammini piano sei un disadattato a queste ataviche leggi metropolitane. Sei un fannullone, un emarginato costretto a ripararsi raso-muro (e quel muro, fateci caso, è fatto a spuntoni mica per niente: serve a punire i fannulloni, per legge di contrappasso o semplicemente centrifuga). Ma quello e…

Eroi di un tempo strano

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(Di quando ti senti andata così avanti da aver fatto tutto il giro ed essere di nuovo indietro. Le nuche in fila. E le frasi in cui non ti senti di metterci un verbo. Quella felicità instabile di quando sai che a cena ci saranno i ravioli ricotta e spinaci, ma senti anche che non può ridursi tutto lì. O quando per qualche attimo non ricordi il motivo per cui sei felice, e tremi perchè hai paura che ti stia sbagliando. Un po’ come la geografia vista dal treno, le prime volte, in cui vedi le strade solite ma senza esserci sopra, ed è strano. Come le parolacce in bocca ad un pacato e adorabile sessantenne, come stonano. Di quelli a cui non guardi l’anulare ma lo dai per scontato, per necessariamente e universalmente giusto. E vorresti mettere in corsivo ogni parola. Col rischio di passare per ermetismo, questa incomprensibilità che si sente è l’unico modo, è un quadro di Monet. È l’indescrivibilità, perché non lo sai cosa c’è da descrivere, o da narrare. È strano, quasi fosse la stranez…

La luna (una sorta di collage)

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O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!



Dicono che i testi dei Verdena siano messi lì più per musicalità che per significato, o che abbiano più significati, o che vogliano nasconderci il significato. Io non lo so, so solo che non solo con i Verdena ma anche con molti altri mi piacerebbe poter chiamare al telefono l’autore e farci due chiacchere, chiedergli un bel po’ di cose. Credo che faccia parte del gioco, in fondo. Quindi, io ho dec…