giovedì 22 marzo 2012

La ragazza che viveva in negativo (una giornata a fotogrammi)

La ragazza camminava dalla carrozza della metro al binario del treno con un passo che con la metro e con il treno non c’entrava nulla. Quando scendi dalla metro, in Centrale, e hai davanti a te, preciso, il passaggio per arrivare ai tornelli perché avevi calcolato di preciso la piastrella della banchina su cui aspettare la metro, perché ormai sei tuo malgrado incastrata in questi squallidi ingranaggi, quando scendi e ti dirigi verso l’uscita, la legge è questa: non importa che tu sia nato leone o gazzella, che debba prendere la verde la gialla il treno o uscire solo in superficie, l’importante è correre. Avere un trolley da infilare tra i passi altrui, un telefonino a cui urlare, e correre. Se cammini piano sei un disadattato a queste ataviche leggi metropolitane. Sei un fannullone, un emarginato costretto a ripararsi raso-muro (e quel muro, fateci caso, è fatto a spuntoni mica per niente: serve a punire i fannulloni, per legge di contrappasso o semplicemente centrifuga).
Ma quello era un giorno in cui aveva il diritto di sentirsi a posto, così poteva adottare il passo camminata-sulla-spiaggia nel sotterraneo della Stazione Centrale e voler fermare tutti e dirgli ohi, cosa correte sempre, tranquilli.
Ma non c’è da raccontare la storia di quel giorno, la sua routine di impegni senza i quali pare che non riusciamo a definire una giornata e, ancora di più, una vita. A volte si può anche definire la propria vita non sulla routine ma sul suo negativo. Sui fotogrammi di mezzo, tra le azioni, quelli che a non cercarli non si vedono. E divertirsi come bambini a guardare la pellicola controluce e vedere i capelli bianchi dove sono neri. E la ruota che gira all’indietro mentre la macchina va in avanti. Un corpo come buco nell’aria e non l’aria come riempi-spazi tra i corpi. Eccetera eccetera.
Quel diritto la ragazza lo aveva percepito fin da subito, al mattino, appena sputata fuori dai sotterranei della metropolitana come i topi dalle fogne, nello scontrarsi con l’abbaglio del Duomo pulito contro il cielo già intenso, una roccia dolomitica a dirigere l’orchestra quotidiana della città.
Lo aveva visto nei capillari rossi degli occhi di un uomo bonario che non aveva la congiuntivite, affatto, solo uno sguardo incapace di ferire. Nella sua giacca di lana vecchia di trent’anni, lì per ricordarci che i vestiti esistono solo perché eravamo scimmie e ora non più.
Lo aveva assecondato scendendo al volo dal tram, decidendo di farlo solo dopo averlo già fatto, scendendo qualche fermata prima perché chi l’ha detto che si debba sempre arrivare in anticipo? Che si debba sempre obbedire alle abitudini, al percorso-più-veloce calcolato dal sito dell’atm?
Lo aveva mangiato in un panino casereccio sotto le colonne di san Lorenzo, in compagnia solo di sconosciuti dislocati variamente, e di un pakistano col violino che le suonava Mozart in faccia. (Ed è magico, come basti mettere due pietre romane in una qualsiasi città, e quell’angolo diventi subito respirabile.) Lo aveva lanciato nella custodia del violino insieme a due monete, in quel piano-bar gratuito e naturale, senza bisogno di luci soffuse e sui tavoli bicchieri pieni di convenzioni.
Lo aveva sudato sotto quel sole benedetto dal polline di dio, di dio il sorriso; lo aveva cercato in un’angolatura particolare, lo aveva vinto con la batteria scarica del telefonino per cui era stata costretta a scattare la fotografia solo nella mente, e quindi averla per sempre.
A forza di fotogrammi, rivalutava un poco una città che aveva disprezzato fin da subito, per il grigio che vedeva ovunque, anche nei palazzi rossi, e per sentito dire.
E andava avanti così, un picco su e uno giù: forse era la serotonina, forse il diaframma della macchina.

5 commenti:

  1. Credo che in effetti quella città-paesone-ammassodicementosenzacriterio non possa essere che tollerato così, a fotogrammi, in negativo. Non esiste una, dico una volta che non sia andato lì e il primo desiderio non fosse quello di andarmene immediatamente. Non è vita, quella: è antivita, per dirla in "negativo". Credo che il contrasto che proponi, la calma contro la fretta, lo stupore di fronte a una massa, possa essere il miglior antidoto per chi, come te (immagino) sia costretta ad andarci sempre. E comunque D.A. è sempre bello, anche ficcato in un ammassodicementosenzacriterio.

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  2. Occorre dare atto ai buoni argomenti di questo scritto, composti in atteggiamento narrativo, che si presta a contribuire al grande tema esperienziale del rapporto tra la metropoli e la vitalità autentica.

    Voglio pensare che sia solo l'inizio valorizzativo di un diverso atteggiamento, la premessa a una regola di positività diffusa e condivisa nel guardare una provocante realtà nel profondo. E non sia invece il massimo desiderio, sguardo esitante e biochimicamente confondibile, negativo rivoluzionario di ciò che si ritiene triste regola percettiva.

    Perché il polline diventi radice, pianta e fiore che sboccia a ogni primavera e che resiste agli inverni, occorre saper leggere oltre lo sprawl urbano e la distonia dei viaggiatori. E pensare che la confusione degli ultimi cent'anni si è sommata alla struttura identitaria della città, che desidera solo riemergere grazie agli occhi che ancora la vedono e la condividono attivamente. Il cardo e il decumano sono sempre al loro posto, fissati nelle quattro basiliche ambrosiane, omologia di un tempo in cui la città di mezzo faceva incontrare tutto il mondo, e spronava all'operosità da punti fermi, armonici e connaturati alla proporzione umana.

    Se non ci si arrende alla banalità del male, cemento armato, frammentazione e sproporzione, se non ci si ferma al primo impatto viscerale che non accetta velocità irrazionale e funzionalismo astratto, allora la sfida non è vivere del ricordo dei fotogrammi di una giornata più lenta, ma cavalcare nel respiro del presente lo spirito profondo di un luogo ancora vivo.

    Credo che nessuno t'abbia mai fatto conoscere veramente questo spirito, assecondato dalla fatica, che ancora sussurra tra le pagine elevate agostiniane o popolari del Porta, tra il ciotolato di Brera, le piazze e gli antichi crocicchi tra i Navigli. Se un giorno lo assaporassi, anche la signorina fantasia potrebbe sembrarti prigioniera di fronte a tanta realtà.

    Uomo perLaVia

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  3. ho una mano rotta, fatico a scrivere: comunque, bello!

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  4. Finalmente posso commentare.
    Giusto l'altra sera stavo pensando che se potessi scegliere liberamente, certamente vorrei abitare a Milano. Non ho detto "vivere". Ho detto abitare. Ma comunque le due cose tendenzialmente assomigliano abbastanza.

    Per cui quando si parla e lì vicino sintatticamente anche il termine "negativo" personalmente il mio gusto è offeso. Il post invece è scritto piuttosto bene, mi pare, anche se non capisco cosa voglia dire di preciso.

    Mi ha fatto venire in mente la riflessione di Palomar, quando si domanda in giardino se i merli comunichino con i loro versi o con le pause tra un verso e l'altro.

    E per me Calvino ha sempre ragione. Per cui go on a litri.

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  5. sicuro sicuro? non l'avrei mai detto. io invece vorrei vivere a Lucca. ci son stata due volte e proprio ci si respira bene, mi ispira che non potrebbe mai succedere niente di brutto, a Lucca, non so.

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