venerdì 20 aprile 2012

Di fossili, ruggine e limiti di funzioni

Forse il modo di sopravvivere-perlomeno, di esistere se proprio non si è granchè a vivere, è quello di porsi sempre e comunque un obiettivo. Anche nell’angoscia: inventarsi un ostacolo antipatico su cui concentrarsi; anche nello sconforto, scomodarsi appena, quel tanto che basta per non prendere la polvere e fossilizzarsi lì. Un obiettivo definito, che sta là, lo si vede. Abbordabile, soprattutto. Anche banale, anche buffo, anche minimo. Qualcosa, basta che ci sia. (Basta che funzioni...) Prescriverselo educati ma fermi, anche un po’ gelidi se proprio, come a diventare ognuno un po’ la signorina Rottermeier di sé stessi. (Solo un po’, però.)
Che anche sia, per uno che la mattina dormirebbe a oltranza, puntare la sveglia un quarto d’ora prima del dovuto. Giusto per poi, una volta superata la fase critica iniziale, riuscire a dire ce l’ho fatta lo stesso. È solo un quarto d’ora, ma ce l’ho fatta: è un precedente. Per questo va bene anche un obiettivo piccolo: non importa il contenuto, si tratta solo di stabilire un precedente. Di percepire la differenza tra zero e il limite tendente a zero da più. E da lì, crearsi una propria personale unità di misura. E, se si crede, andare avanti. Se no, no.
Oppure: riuscire a stare trenta secondi di fila sotto la doccia fredda. Imporsi, la prossima volta che si usa la macchina, di parcheggiare a esse, se sei uno che è dall’esame di guida che non lo fa, e preferisce girare mezz’ora o fare chilometri a piedi piuttosto che sudare e chiedere scusa-scusa-scusa agli automobilisti che stai intralciando e intanto non hanno altro da fare che guardarti. Farlo perché sai benissimo che non è una cosa impossibile, solo per questo. Perché mancheresti di rispetto a tutte le Dovute Proporzioni che verranno.
Cose piccole, non Laurearsi con lode, Aiutare un amico nel momento del bisogno, Vincere la timidezza, che sono obiettivi grossi, astratti e dunque facilmente raggirabili. Cose concrete, e soprattutto cose subito: perché, come dicevano i Creedence Clearwater Revival, ‘someday’ never comes. Invece di iniziare la dieta lunedì, mangia una pasta di mandorle in meno oggi. È tutta questione di forza di volontà. È pedagogico, è qualcosa di intimo. Continuare a rimandare è solo un modo subdolo di abituarsi, di livellarsi al livello basso del comodo&conveniente, di lasciarsi piovere addosso e morire arrugginiti come Berto il figlio della lavandaia. Di dimenticare come ci si sente quando d’estate arriva un sottile alito di vento: si sopravvive.

venerdì 6 aprile 2012

Esercizi di stile

Wikipedia
[Umberto Bossi] il 5 aprile 2012 si dimette da segretario federale del partito dopo l'inchiesta delle Procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria che ha fatto emergere che parte dei soldi della Lega Nord sarebbero stati utilizzati dalla famiglia Bossi. Nel corso del medesimo Consiglio Federale durante il quale rassegna le proprie dimissioni, viene nominato Presidente della Lega Nord, succedendo a Angelo Alessandri. Nel ruolo di Segretario Federale, gli succede un triumvirato composto da Roberto Maroni, Roberto Calderoli e Manuela Dal Lago.

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Finalmente fora di ball! #legaladronachetantolofannotutti

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Ciò che più mi stupisce non è che rubano: è che abbiano bisogno di rubare. Con tutti i soldi che già prenderanno di stipendio! #nuntereggaepiù

Blog
C’era qualcuno (al momento ho questo lapsus interdisciplinare per cui non ricordo se era Gaber o Montanelli, non so com’è) che a proposito di B. diceva che non gli faceva paura tanto il “B. in sé ma il B. in me.” Ed è un’asserzione lapidaria, tanto per la brevità quanto per l’incisività: rimanda a quella sorta di tribunale che tutti abbiamo nascosto dentro e in cui, ogni tanto, il portinaio si sveglia, sbadiglia, toglie i piedi dalla sedia e apre le porte a chi ci deve lavorare. Vuole dire che le cose, fuori, possono anche cambiare, le persone possono anche morire, ma poi rimangono sempre un po’ dentro di noi, e noi le portiamo avanti volenti o nolenti. Sia che si parli dei propri cari, sia di un politico che ha fatto scuola. Abbiamo questa grande orrenda responsabilità: di essere contemporaneamente il passato e il futuro di noi stessi. Di essere una spugna, e di dimenticarci sempre di strizzarla, prima di usarla.
La riporto, quest’asserzione, per sensibilizzarci un po’. Perché se vien da pensare che da adesso le cose non saranno più le stesse non è detto che si riesca a finire il pensiero, perché non siamo mica così sicuri che tutto quello che non ci andava bene fino ad adesso era il nome, la L. in sé. Era anche la L. in noi: il metodo, le dinamiche di comunicazione e di pensiero che ne scaturiva, i contenuti quasi ossessivi, le persone che tutto ciò accettavano e promuovevano, i prati e le sagre, i simboli. E dal maiale di C. non son giunte per ora alcune dimissioni.