sabato 19 maggio 2012

Fenomenologia del clacson

Fermiamoci un momento (possibilmente al semaforo verde) e pensiamo a quale sia, sul fondo del fondo dell’ultima analisi, l’utilità del clacson. Io dico: solo quella di incattivire la gente. Di propositivo, niente.
Se analizziamo la casistica di tutte le volte che vediamo suonare il clacson (o che lo suoniamo: ma io non lo suono mai, non ho mai suonato il clacson da quando ho preso la patente, davvero, proprio non mi viene il gesto, non ho il riflesso, o se mi viene mi viene troppo tardi quando ormai la foga del momento è passata e l’eventualità dell’averlo invece suonato appare nello specchietto retrovisore in tutta la sua ridicolaggine e inutilità, di fronte alla grandezza della realtà che prosegue comunque, quatta quatta, ingoiando anche questa e non standoci poi così male), dicevo, se pensiamo a tutte le volte eccetera, ci accorgiamo che sono poche le situazioni in cui il clacson serve effettivamente alla sicurezza stradale.
E non sto parlando di quando lo suonano solo per salutare qualcuno, questo tralasciamolo pure.
La maggior parte delle volte (il distratto che non si accorge del verde, l’egoista che non mette la freccia, il prepotente che si infila nel rondò senza dare la precedenza, quello che esce dal parcheggio senza guardare, eccetera), se guardate bene, il clacson non risolve il sopruso. Lo evidenzia, e basta. (Con un rumore sgradevole e fastidioso che sembra fatto apposta, per altro.) Serve solo a scaricare la propria rabbia su qualcun altro, con il pretesto dell’incidente sfiorato. È uno strumento maligno che solo gli essere umani potevano inventare.
Guardate chi lo suona: lo fa con un gesto violento, con uno sguardo arrabbiato e il più delle volte accompagnandolo con insulti vari, qualcuno addirittura abbassando il finestrino per farsi sentire meglio.
Guardate chi lo riceve: si sente quasi sempre nel giusto (non ha messo la freccia? tanto gli altri dovevano comunque stargli dietro! non ha dato la precedenza? aveva fretta, lui) per cui risponde con altrettanti inviti verbali e gestuali; se invece ha una personalità insicura si sentirà in colpa senza magari averla o comunque in modo sproporzionato.
Alla fine, quando entrambi si sono ormai allontanati, rimane nell’aria dei due abitacoli solo tanta irritazione e nient’altro. Tutti e due hanno avuto ragione, tutti e due sono usciti dal combattimento sia vincenti sia vinti. La situazione non ne ha guadagnato niente (anzi, magari un terzo automobilista si è spaventato o non ha capito se il clacson era per lui, non ha capito cos’aveva fatto, e per i prossimi duecento metri ne rimarrà scosso o offeso), e i due protagonisti nemmeno: anzi, hanno nell’animo un sapore più cattivo, adesso. Dovranno sfogarsi anche di questo, oltre a tutto lo stress e le frustrazioni che già avevano e che probabilmente li avevano portati rispettivamente a non dare la precedenza e a sentirsi Zeus con il clacson da scagliare sui nemici. E non ci hanno guadagnato nemmeno il mondo e le situazioni future: perché non è che un prepotente la prossima volta non lo sarà più perché lo hanno sgridato (altrimenti tutte le maestre elementari avrebbero vinto e a quest’ora governerebbero Marte), anzi, spargendo cattiveria così gratuitamente c’è un forte rischio di propagazione (vedi il terzo automobilista, pensalo al prossimo incrocio). È servito solo a inasprire gli animi.
Sarò troppo zen, ma io dico che la pace nel mondo comincia anche dal non suonare il clacson. Dal sentirsi pure infastiditi, perché è umano, ma evitando di farlo sempre ricadere sugli altri – anche quando hanno colpa – perché il beneficio (l’ascoltare il proprio potere che si fa punizione contro gli altri) è effimero e c’è chi dice anche un po’ fuori dalle competenze umane.

(In sintesi, per chi vuole la versione twitter: vivi e lascia vivere.)