lunedì 2 luglio 2012

Dal punto di vista della mosca

Sei rimasta tre ore chiusa in quel maledetto bagno e hai ancora il grugno dolente. Eppure la luce era là, bella, grande, sopra il lavandino. Ma ogni volta sbattevi contro un muro invisibile. Ce n’era anche un’altra, di finestra, proprio di fronte. Ma anche quella era chiusa. Un umano era entrato a fare le sue cose ma non eri stata lesta a centrare il pertugio della porta che subito si richiudeva, ed eri dovuta rimanere imprigionata lì, disperata, a volare in cerchio e sbattere contro quel muro invisibile, andando ad implorare sinceramente aiuto a quell’uomo che come tutta risposta ti scacciava con cattiveria. Finalmente entra un secondo umano che come prima cosa apre la finestra: non quella sopra il lavandino, quella di fronte. Sei libera. Cominci anche ad avvertire un certo languorino, e metti al lavoro le antenne.
Quando finalmente, dopo un frenetico ed interminabile sbattere d’ali, hai trovato l’origine del profumo che sentivi e ti puoi posare fremente di stanchezza e di desiderio su quei deliziosi granelli di parmigiano spesso e volentieri più grossi del tuo stomaco, e cominci a sgranocchiarne uno, un’enorme manaccia nemica ti piomba addosso da dietro e sei costretta ad abbandonare e scappare in tutta fretta. Individui però delle briciole sulla tovaglia, dici va bene, iniziamo pure dal contorno, non formalizziamoci, ne afferri una e la gusti come non mai, quando una forchetta fendente l’aria ti fa il pelo alle antenne. Lasci la briciola e torni innervosita sul formaggio. In fondo vuoi solo mangiare, perché ti maltollerano così? Non li pungi, non succhi loro il sangue, spesso non fai neanche rumore. Forse perché non ti sei lavata le zampe prima di venire a tavola? Perché frequenti posti poco raccomandabili? Parlano loro, che si scambiano germi anche solo a guardarsi. Riafferri un granello di parmigiano. Niente da fare, l’uomo ti segue come non avesse altro da fare. Ha l'ostilità nel sangue, altro che premi nobel. Passi all’attacco, ti ha innervosito, devi sfogarti. Gli stuzzichi la pelle del braccio, il collo, gli voli più volte attorno al viso, vicino agli occhi, ti infili tra le dita dei piedi. Ce l’hai in pugno: contro di te l’uomo è decisamente in difficoltà e non riesce a parare un colpo, sarà per questo che non ti sopporta, perché gli dimostri com’è insignificante, sebbene grosso molto più di te. Lo lasci stremato ad imprecare − nell’imprecare è maestro, invece − e ti ributti sul banchetto: a ore undici c’è una bistecca che lascia tutto il piatto unto, a tua disposizione. Ne usufruisci più volte, sempre tenendo l’occhio a tutto campo. Schivi un bel po’ di colpi ma sempre sul posto, ti alzi e ti abbassi, senza perdere terreno, deglutisci veloce e contro gravità. Lo stomaco sta finalmente cominciando a placarsi. Ti sposti sul bordo di una terrina abbandonata, ti mimetizzi immobile nei disegni blu della ceramica. Riesci a ripulire un po’ di soffritto, prima di accorgerti del dito di un bambino che si avvicina lento e furtivo, non cattivo, solo per testare i tuoi riflessi, nell’antico gioco del “chi si avvicina di più senza farla volare vince” che conoscevano già i nonni dei tuoi nonni. Lo controlli bene, lasciandolo vincere ma almeno avendo più tempo per il soffritto. Poi voli via.
La cucina era buona, ma dover ogni volta mangiare così, con tutto questo movimento e questa tensione emotiva, fa andare tutto di traverso. Ti posi stremata sul muro poco lontano, coi nervi che ribollono nel pensare a cosa vi tocca combattere, ogni giorno, per avere due briciole di pane. Ci provino loro, a pranzare sempre così, con in gola, più che il cibo, il cuore. Ma reprimi la rabbia, che non farebbe che peggiorare la digestione. Lasci perdere. Pensi che in fondo, per fortuna, anche oggi lo stomaco è riempito, pensi alle mosche più sfortunate, sospiri, ringrazi il tuo dio. E per la stanchezza non ti accorgi che dietro lo stipite è spuntata una retina di plastica rigida, rossa come il diavolo. Ti accorgi solo a un certo punto di vedere tutto rosso, senti il bambino che urla presa!, un male cane dappertutto, e poi più niente.