sabato 5 gennaio 2013

Una recensione

Non ha niente da invidiare a una sinfonia di musica classica, davvero. Non è un videoclip musicale, non è un film vero e proprio, non è nemmeno un documentario (almeno nella versione originara del ’72). È qualche cosa di diverso. È la musica che ha trovato il suo posto nel mondo, e va a celebrarsi e a celebrarlo.
Un concerto senza pubblico sembrerebbe un controsenso. Invece recupera l’essenza stessa della musica: quella di essere creata, e basta. Come se la facessero per loro stessi, o per il mondo inumano attorno a loro, perché è necessaria. Nessun’altra figura umana, a parte i quattro musicisti, compare in tutto il film: solo della natura ha bisogno quella musica, dell’ambiente fumoso intorno al vulcano, alle solfatare, delle rovine romane. Ampio, selvatico e prodigioso. Sembrano fatti l’uno per l’altra, quell’ambiente e quella musica, è incredibile.
La tecnica e il risultato non hanno molto da invidiare a una registrazione in studio, anzi: poter seguire le bacchette di Nick Mason con gli occhi – anche quando ne perde una e, dio solo sa come, in pochi secondi ne recupera un’altra senza perdere neanche un colpo – e non solo con le orecchie è ancora più appagante. E i primi piani su Gilmour e Wright nel cantato di Echoes erano forse l’unica cosa che si potesse fare per migliorare quella melodia in eterno meravigliosa.
Si comincia piano con uno zoom lento dei preparativi nell’arena romana spoglia e arida, mangiata dall’erba, di colori poco vivaci. Troppo piano, direbbe qualcuno: ma è solo perché ha fretta, perché non è ancora riuscito a uscire dal mondo umano ed entrare lì fuori. Non c’è palco, ci sono cavi allo scoperto e qualche tecnico che osserva il lavoro dei quattro. Suonano a testa bassa, senza espressioni, esibizioni, coreografie. Perché la coreografia non serve, quando la musica è fatta bene la coreografia è intrinseca: sono le dita sulle corde, gli arabeschi delle bacchette nell’aria, è Waters che si abbatte su quel gong. O il vulcano che erutta sopra un grido sguaiato, i mosaici intonati. Sono i capelli in faccia a quel gesucristo che era Gilmour da giovane.
Quando si fa sera e si accendono le luci è il punto più delicato, in cui la musica diventa forse più misteriosa, più difficile. D'altronde il buio è sempre servito a questo: a provare a vedere le cose in un modo diverso, a distorcerle quel tanto che basta. Perfino Seamus, che nel disco lasciava decisamente perplessi, cambia. (Un basso, un’armonica e un cane: ditemi voi se vi sarebbe mai venuto in mente. E quel cane: magari aveva male alle orecchie, o magari apprezzava davvero. Non lo sappiamo.)
Ma il pezzo forte, ribadiamolo, è sempre il paesaggio. Non colori, non tramonti, non cartoline: ma il grigio del fumo che sale dalla lava rappresa e avvolge quattro figure in controluce, il loro correre sulla linea obliqua di un versante arido e ciottoloso, fuori dal mondo – diremmo lunare, guarda caso –, la terra, un impasto grigio che ribolle, la lava, il vento che quasi si sente. (E forse loro non lo conoscevano, ma a noi viene in mente anche la Ginestra, come se Leopardi e i Pink Floyd avessero in comune più cose di quando pensassimo.)
Il cerchio si chiude sulle stesse note iniziali, con il suono di quattro strumenti mai così fusi insieme, il volto fresco di Wright sfuma in quello antico di un bassorilievo, lo zoom torna ad allontanarsi e noi a pensare a quanto siamo piccoli in confronto a tutto questo, a quanto è vuoto adesso il silenzio.
Guardatelo, vi prego.

1 commento:

  1. Ok, se proprio ci preghi faremo questo sforzo... Ma unicamente in segno di rispetto nei confronti di cotanta recensione. E non nascondendo la sensazione di trovarci in uno di quei casi in cui la qualità di quest'ultima superi quella dell'opera recensita.

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