mercoledì 13 marzo 2013

Il cervello nella pancia

Poi succede che muori. Niente di male, eh, anzi, è la volta buona che dire “lo fanno tutti” ti scagiona veramente da ogni responsabilità. Però sarebbe carino farsi trovare subito da qualcuno. Non giocare a nascondino. Chè poi diventi verde-grigiastro, gonfio, la tua pelle si sfalda come la pellicola trasparente. E a qualcuno tocca guardarti. Di più: annusarti. Chè la vista sarà anche il senso forte, tra tutti, ma ormai, in questo mondo di tecnologia supersonica siamo abitutati a tutto. Fra un po’ ci misureremo anche la vista in megapixel. Abbiamo visto Il silenzio degli innocenti, abbiamo visto ER, CSI e trucchi ed effetti speciali di altissima qualità, che sembrano veri. Non c’è più molto che ci fa impressione, visivamente. Ma l’olfatto è un’altra storia, non sono ancora riusciti a riprodurlo, nessun tablet ha un’app a riguardo: gli odori sono ancora tutti autentici, e finchè non ne hai sentito uno non puoi immaginarlo. E quando marcisci, di odore ne fai uno che non si sente da nessun’altra parte.
Ma non è neanche tutta colpa tua, se sei quello spettacolo lì. Chi è lì a guardarti non è particolarmente attento al galateo. Saranno anche, quelli, tavoli sui quali son passati cadaveri illustri, vip della cronaca nera, e su cui lavorano periti di processi famosi. Ma ogni tanto quei periti hanno un risolino che ti ricorda che rimangono comunque gli assassini ideali, con tutta la loro conoscenza ed esperienza, e quel posto ricorda comunque un macello. Ti sballotano di qua e di là, una volta che sei sistemato arriva uno di gran carriera con il trinciapollo, per le coste. Mentre qualcuno affonda le mani e ti estirpa tutto l’estirpabile, quell’altro posa il trinciapollo e prende la sega circolare. Per il cranio. Parlano del Milan, intanto, da un tavolo all’altro, ridono e si prendono in giro come scolaretti annoiati dalla lezione. Una volta tolto tutto, guardato e campionato, ti rimettono tutto dentro così come viene – il cervello nella pancia e la gazzetta dello sport, giuro, appallottolata nel cranio – e poi ti ricuciono con punti grossi e veloci, una rapida passata di docciatore e via, di nuovo nel sacco.
Poi dicono: un lavoro come un altro. Per quanto ci si possa abituare e anche stancare di visceri mollicci e loro varianti, e per quanto serva un qualche meccanismo di difesa, non lo so.

domenica 3 marzo 2013

Una cosa buffa

È buffo. Ci sono dei film che non hai mai visto come vanno a finire. Sono dei classici, di quelli che almeno una volta all’anno in televisione li passano sempre, e c’erano già quando eri piccola e dovevi andare a letto alle nove. La prima serata una volta cominciava alle venti e trenta, poi era passata alle venti e quaranta e successivamente alle nove erano all’incirca quegli anni lì. Ricordi ancora con rabbia quel coprifuoco delle nove: ti sorbivi con tenacia e forza d’animo tutto il telegiornale, speravi che il papà a un certo punto si annoiasse e gli venisse voglia di girare per esempio sui cartoni di Willy il coyote ma invece no, lui lo guardava proprio tutto, il telegiornale. Quando finalmente finiva ti sentivi innanzitutto immensamente grande e adulta: perché avevi visto il telegiornale, sapevi i nomi dei politici (non sapevi che avresti avuto tutto il tempo per imparare il nome di quei politici, ma è un’altra storia), e i tuoi compagni di sicuro stavano vedendo Striscia la notizia, invece. E poi, finalmente, cominciava qualcos’altro. La pubblicità di Ambrogio, e poi la sigla della Columbia, o il leone che ruggiva, e con soddisfazione meritata ti apprestavi a cominciare il film. Quand’ecco che, immancabilmente, entrava in sala la mamma e diceva “Sono quasi le nove…” e ci metteva sempre quei puntini di sospensione. Tu allora approfittavi dei puntini e facevi finta di niente, potevi aver preso la sordità fulminante e comunque c’erano altre due persone in sala, chi lo diceva che si rivolgeva proprio a te. Allora lei diventava più netta e specificava il tuo nome, e poi: “è ora di andare a letto”, e lì cominciava la guerra. Inzialmente solo verbale, arringavi tutto su quel “quasi”, e tra un “no” e un “ancora cinque minuti” riuscivi a seguire le prime scene del film. Il papà, forse, un po’ meno, ma non si lamentava mai. Nei casi più estremi tentavi anche la resistenza fisica. Riuscivi a vedere i primi dieci, quindici, venti minuti di film. Intravvedevi la storia. Ma in un modo o nell’altro, comunque, a letto ci finivi per davvero, sempre. E quel film non sapevi come andava a finire. A dire la verità non sapevi nemmeno come cominciava, perché avevi visto solo l’incipit che spesso era solo un pretesto e la vera storia deviava da tutt’altra parte, una volta che tu eri andata a letto, ma tu non lo immaginavi. Qualche anno dopo: stessa storia. Magari dicevi stavolta lo guardo, e non avevi più il coprifuoco però finiva che ti addormentavi sul divano cinque minuti dopo il punto a cui eri arrivata la volta prima. Che Julia Roberts fosse una prostituta arrivavi a capirlo, ma cosa ci potesse fare tutta una settimana con Richard Gere, di cose che potessero essere mostrate in un film, non lo immaginavi proprio.
Che poi non è vero, alcuni di questi film non sono poi così vecchi: andavi a letto già più tardi, probabilmente. Eppure non li finivi lo stesso. Li fregavi, e andavi a letto prima. Come per lasciarti aperta una possibilità, infinita.
(Pretty woman, a dire la verità, è uno dei pochi che mi sono imposta di guardare una volta fino alla fine, da grande. E, forse ero debole di spirito quel giorno, mi dev’essere anche piaciuto. Ma è un’eccezione.)
Tipo: Il mio grosso grasso matrimonio greco. Ho visto l’inizio almeno sette volte, negli anni. Mai finito. Non mi interessa, finirlo. Non potrei dire “non mi piace” con lo stesso tono indifferente, se no. Boh, dev'essere questo. Ormai è tanto che non guardo nemmeno più l'inizio, infatti.
Alcuni magari sono anche famosi, o detti bene dal sentire comune.
Vi presento Joe Black. Frankenstein junior. O Io e Annie: davvero una noia incredibile. Uno che non ricordo il titolo, con Nicholas Cage che il giorno di natale si ritrova in una sua vita parallela, se si fosse sposato con la sua ex fidanzata: sarà antipatico Nicholas Cage, non lo so, ma piuttosto che finirlo preferisco sempre andare a dormire, non lo faccio apposta. Magari la prossima volta, dico, tanto lo rifanno di sicuro. E invece poi nemmeno la prossima volta.
Sì, non sono film così importanti, evidentemente. Altrimenti certo che si arriva alla fine. Sono i filmetti classici da televisione, appunto. Li sceglie qualun altro in casa e tu capiti per caso sul divano, più interessata al tepore che si crea sotto la coperta che ad altro. Ma forse è come se ci fosse un piacere insito nel guardare un film senza finirlo, e che poi a vederlo tutto si rovinasse. Cioè: la tua concezione di quel film è che non finisce, punto. Pippi Calzelunghe ha i capelli rossi, e Il mio grosso grasso matrimonio greco non finisce. Ormai è così. Vederlo tutto sarebbe una forzatura. Non lo so. Però è buffo.