venerdì 23 agosto 2013

Animali (una riflessione a caldo)

(Tutto ciò sembrava morto, lo so, anche a me. Per informazioni, rivolgersi a qualcun altro.)

Forse, anzi, quasi sicuramente, chi non ha né ha mai avuto animali non capisce. Lasciate perdere pesci rossi, criceti e canarini: quelli non contano, quelli son soprammobili – con tutto il rispetto. Cani e gatti: con loro ci si instaura davvero un rapporto, ci si comunica. Molto meglio che con molti umani, ma questo è un altro discorso. Chi non ci ha mai avuto a che fare seriamente spesso non lo concepisce, dice “ma è solo un cane…”, e c’è da capirli, ma che mi credano: un rapporto. Non come fossero una persona, ma quasi, davvero, fidatevi. Lo so che è un cane, ma lo so con un’accezione diversa dalla vostra. Dovreste provare, per capire. Non siate arroganti.
E così, tu che hai sempre avuto qualche felino in giro per casa, a volte più a volte meno, dovresti sapere come vanno poi le cose. Ma il destino ti aveva sempre protetto, fin’ora un addio non c’era mai stato, il gatto usciva di casa come al solito rincorrendo le sue avventure, ma un giorno da quelle avventure non tornava più. Un paio di giorni di attesa e poi si capiva. E si andava avanti, secondo natura. Stavolta è andato tutto diverso, stavolta è entrata in gioco la Malattia, e la gatta si consumava obbedendole, dimagriva e perdeva le forze per saltare sulla sedia. È entrata in gioco la veterinaria, ma non credete: niente tac o risonanze o pastiglie due volte al giorno. Non è questo. Perché è un gatto, per l’appunto, e almeno con loro siamo tutti d’accordo nel dire: solo un modo decente di andarsene. Che non sono le crisi epilettiche, il modo decente, no. Sono un calmante, una puntura.
Ma questi son tutti ragionamenti nostri, umani. Che siamo progrediti e sappiamo pensare e prevedere e programmare. Il gatto cosa ne sa. Il gatto sa solo la natura. Il gatto non è in lui, durante la crisi epilettica, e si spaventa e miagola strano. Poi va a nascondersi. Tutta la malattia, per lui, è cercare un posto riparato, tranquillo. E appena può, appena un umano progredito dimentica la porta aperta quel tanto che basta, lui esce. Va dove andava di solito, sa mille posti tra i giardini del vicinato, passaggi stretti che solo lui può, è una città che gli umani non conoscono, vincolati come sono da asfalto, marciapiedi e al massimo vialetti intorno alle case. Come streetview, in tutto lo spazio in mezzo, non ci arrivano. E il gatto invece sì, e si sceglie uno dei suoi posti per morire, perché l’istinto gliel’ha detto. Ma, a questo punto, morire di fame e di sete – noi lo sappiamo, noi che siamo rimasti con la siringa a mezz'aria. E nel saperlo i visceri ci si comprimono, la mente non riesce a contenere quell’immagine e quell’immagine allora ne esce, un po’ dagli occhi un po’ per attrito con gli altri pensieri che ci si impone di pensare, le altre cose da fare. Sappiamo che con quelle poche forze che aveva in corpo non può durare tanto, ma non sappiamo quanto. Pensare alla semplicità di quella puntura, forse fredda ma umana e progredita, e all’invece atroce agonia che la natura ancora non ha saputo evolvere. Pensare che è stato tutto una questione di comunicazione. Non sapere come sarà. Sperare comunque il più possibile decente, per lei, la gatta. Sperare che in questo momento in cui lo pensi sia già successo, per non dover pensare più ad altre immagini.
E tu che hai visto morire un uomo, e per il lavoro che farai e che per adesso ti limiti a giocare a fare hai visto già qualche lenzuolo e paravento, perfino i frigoriferi, tu dovresti essere la prima a dire è solo un gatto. E invece sei la prima a non capire.
Forse dico qualcosa di eretico. Quando vedi le foto di quei bambini del terzo mondo, quando vedi due senzatetto che dormono tra i cartoni sotto un portico, vicini per farsi caldo, quando senti certe storie di barconi o peripezie: quel tuo com-patire è una sofferenza uguale ma diversa: ci vedi sempre, dietro, dei colpevoli. Umani, generalmente. Risali all’indietro e ci trovi delle responsabilità, umane. L’abbiamo inventata noi, la povertà, la cattiveria, la prepotenza. Abbiamo voluto i vincenti e di conseguenza ci sono i perdenti. Ma il cane che dorme a fianco a quel barbone è vittima doppia, dell’uomo vincente e dell’uomo perdente. E cosa ne capisce? È sofferenza anche il suo non capire. È questa, la sofferenza che esce dagli occhi. L’altra è comunque più razionale, prevedibile. Il non capire è terribile nel senso più viscerale che c’è.

1 commento:

  1. Ho avuto molti gatti e fra tutti una gatta, la più fedele e affettuosa. Ho avuto la fortuna di vederla invecchiare e poi andarsene per non darci dispiacere. Trovo che certi "animali" abbiano molta più dignità degli evoluti umani.

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