domenica 8 gennaio 2017

Sulla musica classica e moderna (un tentativo)

Ogni volta che ascoltava musica classica (che le veniva il pallino youtube-mediato di musica classica, bisognerebbe dire, della durata variabile da qualche giorno a un paio di settimane) (così come il pallino del metal, il pallino del jazz, della musica dei cartoni animati, dei musicisti di strada, degli accompagnamenti sotto le canzoni, tutto tranne la techno e la dance e, beh, tante altre, in effetti) le veniva da pensare che con la musica classica era come se si fosse esaurita tutta la musica possibile, tutte le combinazioni, tutto ciò che si poteva dire con la musica (l’allegria, la tristezza, la rabbia, la curiosità, e via sostantivi all’infinito), era così vasta che ogni volta scopriva qualcosa di nuovo (perfino di non detto dagli autori o di non inteso dagli intenditori, le piaceva pensare, ma non voleva rischiare di scadere nelle frasi fatte da varietà Rai).
Solo che così pensando diventava ridicolo il voler continuare a fare musica, da parte di noi moderni. Perché continuare a produrre colonne sonore, quando quella non solo giusta ma perfetta per quella scena è già stata scritta, c’è già di sicuro nell’immenso archivio della musica classica, e basta solo trovarla? Sembrerebbe uno spreco, dal punto di vista energetico.
Con questo non voleva arrivare a dire che fosse sbagliato continuare a fare nuova musica. Le era solo venuto il dubbio che fosse purtroppo superfluo, o arrogante, anche. Tuttavia, e in modo forte: non voleva ammetterlo. Soffriva nel pensarlo. Si veniva a trovare tutte le sante volte in un’impasse intellettuale da cui ogni volta usciva sgattaiolando al buio di lato, le veniva in tremendo aiuto la colonna “video correlati” in cui si perdeva inevitabilmente, saltellando da un video all’altro come sui sassi di un guado e a un certo punto ritrovandosi sull’altra sponda del torrente, ad ascoltare i Clash, a riabituarsi in fretta a quelle sonorità e dimenticare tutto.
(Come sassi del guado segnalo per esempio un terzo movimento della Sonata al chiaro di luna suonato magistralmente alla chitarra elettrica come in un lunghissimo assolo, una versione di The final countdown degli Europe suonata in frac e cravatte da una vera orchestra, e le miriadi di versioni per solo piano di famosi pezzi rock, tipo Stairway to heaven. E direi che un’orchestra che si mette a suonare convinta un pezzo moderno sia davvero un grande passo per l’umanità, ma grande, e ora gli manca solo di suonare in jeans e sorridendo, all’orchestra, che son sempre tutti così seri e impettiti mentre fanno cose belle e dovrebbero essere sciolti e sereni, invece.)
Diciamolo: la differenza sottile e fondamentale, il punto di tie break, è il filo. La musica si divide in quella fatta con strumenti a filo e strumenti senza filo. E il purtroppo insito nella sua profonda sofferenza viene proprio da qui: gli strumenti elettrici, purtroppo, perdono in partenza. Non c’è verso. E ribadisco: lei era una rockettara convinta, la suoneria del suo cellulare era The passenger di Iggy Pop e tutte le mattine si svegliava con la dolce chitarra acustica di Eddie Vedder in Tuolumne (va bene il rock, ma era comunque la sveglia di una che decisamente non era allodola). Ma se doveva salvare uno strumento dal disastro nucleare dell’universo, o portarselo sull’isola deserta, o seppellirlo alle Svalbard, beh, state sicuri che salvava uno strumento senza filo. (Il pianoforte, nello specifico, ma non sto a divagare.) Il primato, l’originalità, il brevetto, chiamatelo come volete ma ce l’hanno gli strumenti classici e nessuno potrà mai farci niente. Sono nati prima loro, e l’essenza della musica l’hanno creata loro. Poi quelli elettrici sono una benedizione, e fanno cose grandi anche loro e non ha senso invadere la Polonia e far partire la guerra. Però è indubbio. In piena pace, ma gli strumenti elettrici devono portare rispetto. E ancora, a riprova di ciò nonchè ulteriore noxa dolorifica da cui sgattaiolare via al buio: ogni volta che guadava il torrente e tornava ad ascoltare musica moderna non poteva non notare come il suono della chitarra elettrica, di cui fino al giorno pre-pallino andava assolutamente paga, adesso apparisse in effetti minorato, come sporco, quasi la brutta copia di un suono vero. Per qualche attimo, nella caverna del suo inconscio, comprendeva l’immagine di quel luogo comune generazionale, “questa non è musica ma è rumore”. Solo per qualche attimo, e con la volontà che subito interveniva con la censura, ma le succedeva. Come quel punto di Uno nessuno centomila che paragona il volo di un uccello e quello di un aereo: e Vitangelo Moscarda è tremendamente severo con il pur altissimo ingegno umano, perché comunque in bellezza ed eleganza al confronto non c’è proprio storia. Eppure gli aerei sono una grandissima cosa. Se ascolti sinfonie classiche e subito dopo il suono di una chitarra elettrica storci il naso, è vero, ma non significa che sia tutta da buttare, la modernità. Se era da buttare ne venivano fuori solo cose brutte e insignificanti, e lo storcere il naso ti rimaneva stampato in faccia: invece come la storia ha dimostrato ne son venuti fuori i Pink Floyd, De Andrè e Mark Knopfler che si molleggia beato sull’assolo di Sultans of swing, mica solo Justin Bieber e la Pausini, e allo storcere il naso segue uno stato di estasi compiuta uguale identica a quella che scaturisce dalla Marcia turca. Mica solo simile: uguale identica. E qualcosa vorrà dire. Degli aerei andiamo orgogliosi, e li usiamo, e i Pink Floyd sono spazzatura? No, non torna.
(Povera Pausini, tra l’altro, sempre tirata in mezzo.)
E allora forse la soluzione era che sì, forse con la musica classica si era esaurito tutto quello che si poteva dire con la musica, e che quindi sì, farne di nuova poteva sembrare insensato, a prima vista. Ma forse chi ne faceva di nuova stava solo ricominciando da capo in un nuovo livello, il latino che diventa volgare che diventa tutte le lingue, la retta che diventa una figura che diventa un solido, come in Flatlandia, stava solo trovando il modo di andare tra le righe, di rivoltare le cose e di dire il contrario di tutto, dato che tutto era già stato detto, o di indire un tributo a Tutto e festeggiarlo e celebrarlo e, per non copiarlo in tutto e per tutto, che non aveva senso, provava semplicemente a coltivarlo.

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